Linea d’orizzonte: un’idea

C’è un punto dell’orizzonte dove la linea che separa la terra dal cielo di solito non si riesce a distinguere bene.

Il motivo è banale, non si distingue perché non esiste.

Può essere la giornata più limpida della storia del mondo ma quella linea non riesci a vederla, perché non esiste.

Eppure la cerchi.

E finisce che alla fine la trovi, perché un po’ più avanti, o un po’ più in là, trovi comunque qualcosa che riesce a fissare il tuo sguardo e a darti l’illusione che lì ci sia davvero un punto fermo, una linea precisa, un confine netto.

E allora la giornata può essere anche nebbiosa, può esserci foschia, poco importa. E’ questione di prospettiva, ma non geometrica, naturale. Quella di Leonardo. Leonardo aveva capito, per primo e meglio di tutti, che l’aria esiste, ed ha una sua consistenza, e cambia la visione delle cose, e impedisce un punto di vista oggettivo. Ed è aria, cioè qualcosa che apparentemente non si vede ma che in realtà ci è indispensabile per vivere, e anche più banalmente per vedere, distinguere i colori, i toni, le forme.

Si accorse che le cose più lontane non appaiono semplicemente più piccole (prospettiva geometrica) ma sono più confuse, perché c’è in mezzo l’aria.

Aria aria aria strati d’aria che si sovrappongono e sfumano i contorni e impediscono di dare una forma sempre precisa e sempre indiscutibile alle cose.

Però… però quei paesaggi sono meravigliosi, sembra che non stiano rappresentando soltanto ciò che la realtà offre davvero ai nostri occhi ma che stiano rappresentando ciò che davvero noi vorremmo fosse la realtà.

Paesaggi interiori. Sentimento, non visione.
Difficile capire di cosa si parla, e sembra quasi una cattiveria parlarne, ma a volte non se ne riesce a fare a meno… , forse l’unica cosa che davvero non si riesce a fare è impedirsi di esprimersi in qualche modo, anche se la sensazione può restare quella di gridare dalla cima di una montagna ricevendone solo l’eco, confuso e distorto…
Si sente qualcosa di profondamente ingiusto che sfugge in questi paesaggi, qualcosa che comprime i contorni per costringerli in una nettezza che non è loro, e loro ogni volta risfumano, si ridilatano, spingono dall’interno delle loro forme per uscire e sconfinare nelle forme che hanno accanto. C’è qualcosa di seriamente fuori sincrono che batte nel petto, come se si stesse scambiando il coraggio con la comprensione, l’amore con la debolezza, la sicurezza con il silenzio, la tranquillità con l’assenza.

E’ incredibile quanto possano far male certe cose, a capitarci dentro e a volte al solo sentirle. Non intaccano davvero i sentimenti, non sminuiscono l’amore che sappiamo esistere, ma legano e imprigionano qualcosa che è soltanto respiro costringendolo in un confine che non è il loro. Esistere e vivere e muoversi ed amare anche per qualcun altro è la cosa che maggiormente dà senso alle nostre vite al di là di tutti i significati inesistenti ai quali però permettiamo ogni giorno di comprimerle e di violentarle, e in certi momenti riusciamo invece a farlo diventare il motivo per cui ci sentiamo meno vivi e meno veri e meno liberi, che è proprio come segnare con un pennarello nero il contorno che dovrebbe separare una collina sfumata all’orizzonte con quella che gli sta a fianco, in quel paesaggio che continua ad essere, in realtà, ciò che davvero noi vorremmo fosse la realtà.

Ed esprimere ciò che sentiamo a qualcuno che possa e sappia ascoltare riesce a diventare costrizione, quasi violenza, al punto da impedire di liberare il respiro che ci irrompe dai polmoni, a ricacciarlo dentro, ancora a comprimerlo, tenendo con forza, stavolta sì con vera violenza, i colori di quelle colline all’interno di quelle forme che sono solo la proiezione immaginaria di un unico e limitato punto di vista, e dai quali confini i colori insistono e continuano a sfumare in fuori, in quel paesaggio che anche cambiando il punto di vista o anche lasciandolo fisso continua ad essere ciò che davvero noi vorremmo fosse la realtà.

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