L’immagine raccontata: «Tempesta sul Grand Canyon»

Qualche parola sull’immagine che fa anche da copertina a questo blog (anche per presentarvela tutta intera, come al solito in fondo al post).

Ansel Adams, uno dei più grandi fotografi del secolo scorso, disse un giorno:

Delle volte arrivo in dei luoghi proprio quando Dio li ha resi pronti affinché qualcuno scatti una foto

Lungi da me l’idea di paragonarmi anche solo lontanamente al divino Ansel, ma la sua frase penso che esprima in modo fulmineo (oggi si direbbe: ‘in un tweet’) qualcosa che chi va sempre in giro con una macchina fotografica appesa al collo conosce bene, e una sensazione che almeno una volta, o spesso più di una, ha provato davvero.

Una di queste mi capitò qualche anno fa, al termine di una giornata memorabile trascorsa in uno dei luoghi più straordinari del mondo. Per me identifica bene, oltre alla rappresentazione fedele dello scenario in sé, ciò che contraddistingue l’animo del fotoreporter.

Anzitutto la ricorrente constatazione che anche dopo una giornata intera passata a scattare centinaia di foto (perché in luoghi così non puoi proprio farne a meno) c’è sempre un altro possibile scatto da fare, e proprio quello potrebbe essere il migliore.

In secondo luogo la coscienza che uno scatto è veramente un attimo, quell’attimo e solo quello. Poco prima o poco dopo tutto potrebbe cambiare, e quell’immagine, proprio quella, potrebbe non ripresentarsi mai più.

Se non si avesse sempre questa convinzione fissa nella testa non si tornerebbe indietro quando si è già quasi arrivati all’auto, mentre una delle tipiche tempeste tropicali dell’Arizona si sta già scatenando e cominciano a cadere grandi goccioloni.

E non ci si bagna fino al midollo, tornando indietro di corsa per un centinaio di metri per potersi di nuovo affacciare dal punto più “in pizzo” di Desert View, uno dei luoghi panoramici più belli del Grand Canyon, tenendo la camera ben coperta sotto il k-way (ma tanto si bagnerà lo stesso).

Lo fai perché i tuoi occhi, probabilmente ormai allenati a vedere la realtà anche in base a come la luce la disegna, vedono che si stanno creando condizioni di luce particolari: le nuvole sono demoniache, nere e pesanti, intorno sembra quasi essersi fatta notte, ma da lì l’orizzonte è talmente sconfinato che vedi a chilometri di distanza anche dove c’è ancora il sole che illumina le gole, il fiume, e i deserti verso lo Utah.

E la tua esperienza, anche se minima, ti dice con certezza che quelle condizioni dureranno pochissimo.

Se non fossi così convinto non tireresti fuori la camera a diluvio già iniziato per fare sotto la pioggia un solo scatto (vabbè due, ma identici), molto velocemente perché l’acqua diventa davvero tanta, e fra poco diventerà grandine.

E poi via di corsa per rientrare in auto, arrivandoci zuppo.

Nell’interminabile sequenza di scatti di un viaggio lungo e pieno di meraviglie finirai anche per dimenticarlo, quello scatto, e ti accorgerai e ricorderai di cosa hai fatto solo tempo dopo, visionando e “sviluppando” le foto.
E lì ti accorgerai e ricorderai che sì, devi avere qualcosa dell’animo del fotoreporter. Perché l’istinto ti ha detto in pochi istanti che in determinate condizioni si creano scenari che mai potresti ritrarre in altre situazioni, e che potrebbero non ripresentarsi mai più.

E che prendersi un po’ d’acqua (parecchia) a volte può valere la pena.

E la vale anche per tutte le altre volte che hai fatto anche di peggio e poi magari le foto non erano nemmeno un granché. 🙂

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2 pensieri riguardo “L’immagine raccontata: «Tempesta sul Grand Canyon»

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