L’immagine raccontata: «Dall’altra parte del portone»

La Villa del Priorato di Malta a Roma, sulla cima del Colle Aventino, è molto famosa soprattutto per il portone che rappresentava la sua entrata originaria ai giardini e al complesso ex-monastico, un sito di importanza storica notevole e unico nel suo genere. In realtà il portone stesso è una attrazione turistica molto popolare non tanto per la particolarità storico-artistica del luogo (che probabilmente la gran parte dei visitatori ignora) ma perché proprio da quel portone, chinandosi a guardare dal suo voluminoso ex-buco della serratura, si ha una visione spettacolare della cupola di San Pietro, perfettamente posizionata nel fuoco prospettico di un viale di siepi che guida lo sguardo e ne ingigantisce le proporzioni grazie ad un effetto di “schiacciamento” dovuto proprio alla precisione dell’inquadratura ottenuta con la prospettiva delle siepi. In pratica, un “effetto teleobiettivo” (che avvicina in prospettiva oggetti e soggetti molto distanti fra loro ingrandendo per confronto quelli più lontani, come accade con molte foto della luna) ottenuto attraverso la prospettiva geometrica dei giardini e grazie al punto di vista prefissato che “costringe l’occhio” all’interno di una composizione obbligata.

Il luogo in realtà è davvero particolare e merita qualche cenno storico. Strategicamente importante, situato a picco sul Tevere nel punto del fiume dove avvenivano la gran parte degli sbarchi di merci (l’emporio), era occupato originariamente (nel X secolo) da un monastero benedettino fortificato che fu poi affidato ai Templari (come diceva Umberto Eco, i Templari c’entrano sempre). Dopo la loro famosa e brusca soppressione, passò nelle mani dei Cavalieri Ospitalieri,  cioè i Cavalieri di Malta, e divenne la sede del loro Gran Priorato di Roma. Trattandosi di fatto degli unici veri “eredi” del famoso ordine, chi si vuole dilettare di complotti potrebbe dedicare a questo luogo e alla sua storia ben più di qualche foto. Da un punto di vista artistico, assume una importanza cruciale a partire dal Settecento, quando il cardinale Giovanni Battista Rezzonico, nipote di papa Clemente XIII, affida la ristrutturazione a Giovanni Battista Piranesi, noto incisore e teorico dell’architettura, che per la prima e unica volta qui ha l’opportunità di tradurre le sue idee anche “fisicamente”, e si produce in una ristrutturazione della chiesa interna al priorato (Santa Maria del Priorato) e della piazzetta antistante (Piazza Cavalieri di Malta) dando forme a due gioielli del rococò, elementi originali nel pur ricco campionario del barocco romano. Proprio dal portone d’ingresso ai giardini che domina la piazzetta, è possibile proiettare l’occhio attraverso il foro, e dal momento che il priorato è anche sede dell’Ambasciata dell’Ordine presso lo Stato Italiano, la prospettiva che dal portone fugge verso la cupola michelangiolesca permette anche il raro e curioso privilegio di abbracciare con un solo sguardo i territori di ben tre differenti Stati.

La particolarità del luogo ne rende anche rara la possibilità di visita al suo interno. Mentre dalla piazzetta è possibile sbirciare dal portone giorno e notte (e di notte è uno spettacolo ancor più suggestivo), entrare a visitare chiesa e giardini è possibile soltanto in concomitanza con delle visite guidate appositamente programmate, e non particolarmente frequenti.

È nel corso di una di queste visite che ho colto l’occasione di scattare la foto di cui sto raccontando. Passeggiando per i giardini si giunge al fatidico portone, posto all’inizio della prospettiva di siepi che puntano alla terrazza sul Tevere e alla cupola del Vaticano. E si ha l’occasione decisamente insolita di stare per una volta dall’altra parte del portone, mentre all’esterno il consueto assembramento di turisti e curiosi fa la fila per poter gettare l’occhio per un attimo al di là del buco. Bisogna essere rapidi, perché la nostra presenza non solo impedisce a chi è di là di vedere lo spettacolo per cui si è messa in fila, ma la stessa presenza di qualcuno al di là del portone toglie molta della magia solitamente riservata alla visione quando si apre la fuga di un giardino deserto che decolla pulito e lineare verso la cupola. Ogni elemento che interrompe la fuga prospettica ne distrugge l’effetto.

Era però irrinunciabile provare questa “controimmagine“, un controcampo che racconta un luogo dal punto di vista dell’oggetto guardato, ribaltando la normale percezione che si ha di quel luogo e della sua spettacolarità. E non a caso, con tutti i suoi contenuti voyeristici, l’immagine finisce anche per evocare famose inquadrature cinematografiche dedicate non a caso a queste tematiche, da “Psycho” a “Profondo Rosso“.

Che il soggetto capitato a guardare in quel momento (evidentemente una ragazza) avesse la pupilla chiara e che un paio di capelli biondi gli fossero finiti proprio davanti all’occhio in quella frazione di secondo, è stato il colpo di fortuna che ha completato l’opera.

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