“é solo il mio modo di vedere le cose…”

Anni fa, quando scrivevo per il sito Parolae, l’allora Direttore mi segnalò, maliziosamente, un dibattito aperto da tempo sul sottofinale di C’era una volta in America di Sergio Leone, in riferimento alla scena in cui, per strada di notte dopo essere uscito dalla Villa, Noodles (De Niro) vede o crede di vedere Max (Woods) sparire dietro un immenso camion della spazzatura sul quale poi lo sguardo del protagonista, e il nostro con lui, indugiano concentrandosi sulle terribili lame della vite di acciaio che maciullano impietosamente i rifiuti.

E le domande che emergevano dal dibattito erano: stanno maciullando anche Max? Si è suicidato? O è solo fuggito salendo sul camion? E io ne aggiungerei altre: era proprio Max? O è un ennesimo ricordo di Noodles che tra l’altro, ormai vecchio, fa anche fatica a vedere bene? (Inforca spesso gli occhiali, e, nella scena in questione stringe gli occhi proprio ad indicare la sua incertezza su ciò che sta realmente vedendo).

Ho detto “maliziosamente” perché sapeva benissimo, il perfido Direttore, che non potevo tirarmi indietro, anche se il film intimoriva, e non potevo perché è il mio film preferito, credo in assoluto, e perché l’ho visto e rivisto e ci ho pensato e ripensato e ancora ci penso, come è giusto che sia per uno dei più grandi film della storia del cinema e per uno dei pochissimi veri capolavori assoluti che ci sia stato dato di vedere al cinema negli ultimi… mio dio, ormai 40 anni!!! (all’epoca ne erano passati solo 25!).

E quindi non mi tirai indietro, e qui ritorno a dire ciò che pensai allora (notando come il mio giudizio non solo non è cambiato, ma si è rafforzato in molte sue parti, e il giudizio complessivo sul film ormai è a livelli devozionali).

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Il primo punto da considerare è che C’era una volta in America, oltre ad essere un film incredibilmente complesso e affascinante anche proprio per la sua complessità e per le “parti oscure” che lo compongono, è sopratutto un film sulla memoria, e sul ricordo, sulla frantumazione dei ricordi e sulla relatività di qualunque verità, su quanto e come il tempo cambi la nostra percezione dei fatti, e addirittura, nella drammatica eppure naturalissima scelta finale di Noodles, sulla consapevole vittoria del ricordo sulla realtà.

L’altro punto è che, come per tutte le grandi storie, non è data, volutamente, mai una sola spiegazione o un chiarimento troppo esplicito, prima di tutto perché si perderebbe e banalizzerebbe il senso di mistero e di ambiguità che porta con sé una simile storia, e in secondo luogo perché il film vuole assomigliare alla vita, e nella vita non c’è mai una sola spiegazione né mai una verità assoluta.

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Assolutamente voluto che il personaggio che esce dalla villa per avvicinarsi al camion sia inquadrato da molto lontano, perché dobbiamo restare con il dubbio, dobbiamo chiederci se si tratti proprio di Max o dell’ennesimo inganno. Del resto non si può dimenticare come si tratti di uno dei temi centrali e ricorrenti dell’intera storia: da ragazzo Max finge di essere affogato nelle acque dell’Hudson, e poi finge di essere morto per trentacinque lunghissimi anni. Non può più esserci un finale chiarificatore, per l’ennesima volta non possiamo sapere, come non può saperlo Noodles, se Max sia definitivamente scomparso oppure no.

E il gigantesco tritarifiuti a questo punto altro non è che il simbolo del tempo che tutto rimescola e tutto spezzetta nei ricordi, sempre più frammentati, così come frammentata è l’intera struttura narrativa del film.

Il tempo, del resto, è il vero grande protagonista dell’opera, protagonismo dichiarato in una delle prime scene, quando Noodles torna dopo trentacinque anni al locale di Mods:

Cosa hai fatto in tutti questi anni Noodles?

Sono andato a letto presto…

citando non a caso, con questa frase ormai mitica, proprio l’incipit de “La Ricerca del tempo perduto” di Marcel Proust) e poco prima, alla domanda

Perché sei tornato?

Noodles risponde:

Ti ho riportato la chiave della pendola

Così Mods la riprende, la reinfila dopo trentacinque anni nella carica del grande orologio, e il tempo riprende a scorrere.

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Sono essenziali, per questa lettura, alcune delle frasi memorabili diffuse per tutto il film, ma soprattutto quelle delle ultime scene. Subito prima della festa alla villa, in una scena di una bellezza e tragicità esemplari, Noodles parla nel camerino con Deborah (mentre lei si toglie il trucco, dichiarando con l’immagine e con i gesti quanto tutta la loro vita sia un inganno) e il dialogo avviene attraverso uno specchio, perché la realtà è per ciascuno sempre mediata, e non può più esisterne una sola, neutra e oggettiva.

E lei gli dice:

Siamo due vecchi, Noodles, non ci resta altro che qualche ricordo.

E aggiunge, terribilmente:

E se sabato sera andrai a quella festa, non ti rimarranno più neanche quelli

Ma Noodles ci va, e ci va deciso a non rinunciare all’unica cosa che gli è rimasta, cioè proprio i ricordi. Rifiuta la proposta di Max, che vorrebbe usarlo ancora una volta per i suoi scopi, convinto di poterlo sempre indirizzare dove lui vuole, e così facendo rifiuta l’idea di distruggere anche il suo ultimo ricordo.

Sarebbe un peccato vedere sprecato il lavoro di una vita

dice al senatore Bailey continuando ostinatamente a chiamarlo così per non riconoscerlo come Max, ma in realtà sta parlando a se stesso, e si sta dicendo “Sarebbe un peccato vedere sprecato il rimorso e il dolore di una vita”.

Del resto, poco prima, i due protagonisti si sono scambiati le frasi che firmano in modo indelebile l’intero film: di fronte al rifiuto di ucciderlo (che per Noodles significa rifiutare l’ennesimo dolore e l’ennesima delusione, quella fatale, ma soprattutto rifiutare l’idea che Max sia davvero vivo e che tutta la sua vita non sia altro che una serie di falsi ricordi e lui stesso niente più che una delle ombre cinesi della fumeria d’oppio), di fronte a questa apparente negazione della realtà Max gli chiede:

E’ il tuo modo di vendicarti?

No

risponde Noodles (anzi quasi non lo dice, più che altro scuote la testa abbassando appena lo sguardo).

E aggiunge:

E’ solo il mio modo di vedere le cose

 

Per questo la scena che segue, in strada (con ancora nelle orecchie le note di Yesterday suonate alla festa, perché non c’è una sola virgola casuale in questo film) non vuole altro che ribadirci che ormai qualunque cosa ci capiti di vedere, o di credere di aver visto, altro non è che una realtà parziale e soggettiva, dove i pezzi di verità e i pezzi di menzogna e i ricordi limpidi e quelli distorti sono mischiati insieme senza poterli distinguere, miscelati e triturati in una unica poltiglia esattamente come fa con la spazzatura l’enorme vite di acciaio del camion.

E l’ultimissima scena, che ci riporta alla fumeria d’oppio di trentacinque anni prima e che si chiude con lo straordinario sorriso di Noodles, ci lascia anch’essa la libertà e l’inquietudine di poterla interpretare secondo la nostra personale sensibilità.

Per me quel preciso momento, subito dopo l’uccisione dei suoi amici a causa del suo stesso tradimento, attimo di estremo dolore ma anche di estrema verità e al tempo stesso unico attimo di pausa prima che il tempo si rimetta in moto cominciando il suo inesorabile lavoro di distruzione (chiudendo finalmente il cerchio, dato che il film inizia proprio da lì), quel breve momento, non a caso perfino annebbiato dai fumi dell’oppio, è anche l’ultimo vero ricordo che gli rimane, talmente vero da essere addirittura un ricordo felice.

Ma forse questo è solo il mio modo di vedere le cose.

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C’era una volta in America, di S. Leone
con R. De Niro, J. Woods, E. Mc Govern – Italia/USA 1984

Le foto sono state realizzate alla mostra “C’era una volta Sergio Leone” – Roma – Museo dell’Ara Pacis 17/12/2019-03/05/2020

8 pensieri riguardo ““é solo il mio modo di vedere le cose…”

      1. Aggiungo un particolare per avallare l’affermazione che ”non c’è una sola virgola casuale in questo film”.
        Nella scena finale che descrivi il camion tritarifiuti, che metaforicamente ‘trita i ricordi di Noodles insieme(forse) al corpo di Max, ha il numero 35.
        !

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  1. Dietro quel “quanti anni ho passato a non lavorare a questo film?” c’è tutto quello che descrivi con tanta maestria. La sublime estetica di questo film – che non rivedo da anni e voglio recuperare – rende questo tipo di cinema un gesto artistico, che come giustamente scrivi resta eterno.

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    1. Grazie Lu (se devi recuperarlo, prendi l’ultima edizione, DVD o BluRay, restaurata con il doppiaggio originale e le scene recuperate. Quelle sono molto rovinate e sottotitolate, ma vale la pena, come quando ai raggi X trovano delle pennellate o dei disegni mai visti prima sotto una tela del Caravaggio 😉 )

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