C’era una volta il Cinema

Torno ancora (chissà quante volte lo farò) su C’era una volta in America.  Lo faccio per raccontare di quando tornò nelle sale. Accadde nel 2012, e certo non si poteva mancare, fosse solo per come già ne ho parlato qui, disquisendo a lungo sui significati di alcune sue scene. Ci tornò finalmente adeguatamente restaurato, col doppiaggio originale ripristinato (doppiaggio che all’epoca fu diretto personalmente dallo stesso Leone), e anche arricchito dal recupero di alcune scene tagliate all’epoca ma che il regista avrebbe voluto tenere, e nuovamente proiettato sul grande schermo, anche se purtroppo soltanto per pochi giorni.

C’era una volta in America non è mai stato solo un film. È il film di una vita, un film che da solo fa mezza storia del cinema. Cosa dire quindi di più di quanto non fosse già stato detto? Bè, anzitutto c’era da dire che non era invecchiato, ed il motivo in fondo è semplice. Non invecchia l’arco di Costantino, non invecchia il cenacolo di Leonardo (al più si rovina), insomma le opere d’arte non invecchiano.

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E che di opera d’arte si tratta non dovrebbero più esserci dubbi, al di là dei difetti, delle cose anche discutibili e delle sgradevolezze (comunque volute e mai casuali), perché la storia e certe scene mantengono intatte anche a distanza di decenni la loro forza e la loro lirica. Perché un’opera così complessa, così consapevolmente coraggiosa e volutamente espressiva oltre ogni logica narrativa e commerciale può essere trattata solo come un’opera d’arte.

E poi si poteva dire un’altra cosa, forse la più forte provata in quella occasione. E cioè che la sensazione, dopo quattro ore e venti di film, fu di avere assistito a qualcosa che non ha più molto a che vedere con il cinema come ormai lo si intende oggi.

Fu davvero qualcosa d’altro. Qualcosa che probabilmente era il cinema una volta e poi ha smesso di essere. Oggi nessuno neanche più si azzarda a fare un film così. E tanto meno ci si azzarda a fare un film del genere per proiettarlo in un cinema (Scorzese con il suo Irishman ha tentato qualcosa di concettualmente simile, ma per NetFlix).

Insomma oltre che un cinema d’altri tempi, anche un cinema d’altri luoghi.

Così intenso negli spazi e nei silenzi, con un senso del tempo così lontano da quello cui ormai siamo abituati. Eppure non c’era pesantezza, non c’erano vuoti, non c’era compiacimento. Davvero, dovete credermi, quattro ore e venti che scorrono via leggere e musicali, con un andamento ondulato e costante che non permette noia ma solo partecipazione.

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Chi scrive conosce il film a memoria per averlo visto la prima volta al cinema e poi decine di volte in tv, su VHS, su DVD anche in edizioni discutibili. Eppure rivederlo di nuovo sul grande schermo, l’unico luogo per cui sia stato davvero concepito e realizzato, fu di nuovo, e lo sarà sempre, una autentica scoperta (come accade regolarmente per tutti i capolavori di quel cinema, quando capita questa fortuna, da quelli di John Ford a quelli di Hitchcock). Nessun film di oggi reggerebbe una simile durata e una simile dilatazione e richiesta di attenzione. Lui si, lui la reggeva ancora e la reggeva bene.

Per i fissati (come me) si sarebbe poi potuto discutere per anni sul ripristino (finalmente) del doppiaggio originale e anche di quelle lievi differenze che un orecchio esperto e sufficientemente malato poteva cogliere. Delle scene reintegrate che si scopriva solo allora essere spesso fondamentali e chiarificatrici di parecchi passaggi ma che ugualmente non tolgievano nulla, anzi, al senso di mistero e di ambiguità che pervade tutta la storia e tutti i personaggi.

Ma la cosa davvero impressionante fu vedere come un’opera del genere fosse capace di riempire per più di quattro ore uno schermo enorme soltanto con primi piani, movimenti di macchina magistrali e soprattutto con una sapienza artigiana forse scomparsa, dove un intero quartiere della New York di inizio novecento poteva essere ricostruito con legno e cartapesta in modo assolutamente perfetto e verosimile dove oggi si andrebbe probabilmente senza rimpianti di computer grafica, magari con lo stesso apparente effetto visivo ma immensamente distante da qualsiasi profondità di luce, di movimento, di polvere e di sudore.

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La polvere e il sudore, le rughe, le ombre e le luci, questi sono infatti i veri elementi del cinema di Leone. Lo sono sempre stati e a maggior ragione lo furono nella sua opera più sofferta, più sentita, più complessa e più completa. Per questo, anche al di là dei difetti presenti in qualunque film, la sensazione ricorrente, anche oggi, é quella trovarsi di fronte a qualcosa che va oltre il cinema. È l’opera che rappresenta una vita, e una vita meriterà bene quattro ore in una sala. Il cinema diventa quasi piccolo per contenere l’enormità di suoni, di volti, di visioni, di amore e di violenza che il film riesce a mettere insieme.

La sensazione, alla fine della visione (non proiezione, ma visione), fu di aver assistito a qualcosa più simile ad un’opera lirica, o ad una lunghissima mostra antologica su un grandissimo pittore (e ci si starà pure qualche ora no? Fermandosi il giusto tempo davanti ad ogni quadro).

Del resto è facile constatare l’inevitabilità di quei tempi e di quella durata: quando si arriva alle scene finali e si ripensa all’inizio sembra sia passata una vita. Perché è così: è passata una vita, quella del protagonista e la nostra con lui.

Di sicuro qualcosa che va oltre il cinema come siamo ormai abituati a considerarlo: evasione, movimento, avventura fine a se stessa, intrattenimento puro. Niente di tutto ciò, C’era una volta in America sarà per sempre la testimonianza di un modo di raccontare storie che forse nessuno più osa e nessuno è più capace di realizzare (del resto, chi oggi si azzarda ancora ad affrescare il soffitto di una chiesa?).

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E la visione in sala mi restituì anche questa dimensione, forse quella più inaspettata: avevo diverse persone intorno a me che non avevano mai visto il film (qualche pezzo forse in televisione, ma un film così non si può reggere in televisione, per questo gli serve una sala cinematografica), parecchi perché molto giovani. Ebbene non ho sentito un solo lamento, un solo sbuffo, un solo sbadiglio. Addirittura quando è arrivato l’unico intervallo, dopo le prime tre ore, quasi quasi erano infastiditi dell’interruzione.

E poi, lo confesso, la sorpresa più emozionante è arrivata alla fine. Nessun applauso (per fortuna) ma una cosa che oggi al cinema è praticamente impossibile vivere: silenzio religioso per tutti i titoli di coda, e nessuno che si alza fino a che non si accendono le luci.

Brivido inaspettato e poco descrivibile. Sergio Leone era senz’altro un visionario, ma chissà se fra le sue visioni c’era stata anche questa: un film vecchio di trent’anni che nell’epoca della velocità e della sintesi estrema e maniacale ti tiene inchiodato quattro ore e venti su una sedia a seguire respiri, pause, sguardi interminabili e ricordi confusi dall’oppio.

Di sicuro lui ne sarebbe contento.

Di sicuro noi dobbiamo essergliene grati.

 

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Sergio Leone con Federico Fellini

C’era una volta in America, di S. Leone
con R. De Niro, J. Woods, E. Mc Govern – Italia/USA 1984

Versione restaurata con scene recuperate – 2012

Le foto sono state realizzate alla mostra “C’era una volta Sergio Leone” – Roma – Museo dell’Ara Pacis 17/12/2019-03/05/2020

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