Orizzonti bianchi

Ci sono alcuni posti nel mondo dove la terra finisce e comincia l’oceano, una cosa che detta così sembra banale, ma che in realtà fa di questi posti qualcosa di speciale. Uno di questi (anche se non solo questo) è in Europa, nella penisola iberica, in Spagna.

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È la zona dove Colombo ha scelto di partire quando ha deciso, ormai sicuro, che dall’altra parte di quell’immensità d’acqua c’era sicuramente qualcosa.

È lì che le acque di uno dei più grandi fiumi del continente deve per forza incontrare l’Atlantico, e per farlo deve superare delle enormi dune di sabbia bianchissima, e allora si allarga e si  dirama e poi riunisce di nuovo la forza di tutte le sue acque per entrare definitivamente nell’oceano, spingendole fino al largo prima che i colori e la salinità diversa delle due acque si mischino davvero in un solo blu. E nel frattempo, per fare questo, alle spalle di una spiaggia oceanica interminabile fatta di acqua sabbia conchiglie e nulla, l’immenso fiume, che è il Guadalquivir, ha creato un luogo straordinario. Un deserto di sabbia e dune altissime che però non è un vero deserto perché è pieno di verde e di vita, una sconfinata distesa di paludi gonfie d’acqua in primavera e torridamente asciutte in estate. E soprattutto, chilometri e chilometri quadrati senza strade, senza asfalto, senza case, dove il controllo e il dominio è solo di chi ci vive perché quel posto è suo, cioè della Natura, delle forze primarie,  l’acqua la sabbia il vento che lo hanno creato, e delle piante e degli animali che ci hanno sempre vissuto.

La più grande area integra e protetta d’Europa, il parco nazionale di Doñana, nella Spagna meridionale a sud di Siviglia, per gli amici Coto Doñana.

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Un luogo unico al mondo.

Già il paesino che si trova ai bordi del parco vale da solo un viaggio. El Rocìo, incredibile villaggio di case bianchissime costruito attorno alla chiesa che custodisce l’omonima statua della madonna protagonista ogni anno di uno spettacolare pellegrinaggio, ti accoglie con le sue strade di sabbia percorse da andalusi che si spostano prevalentemente a cavallo, precipitandoti in un attimo in una ambientazione western ancora viva e autentica, e regalandoti ad ogni ora della giornata (e della notte), angoli e paesaggi che definire suggestivi sarebbe riduttivo.

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Ma da lì in poi c’è il parco, e ci si può entrare soltanto guidati da un ranger, a bordo di enormi jeep che scavalcano le dune e attraversano le paludi. Al terzo tentativo (cioè al terzo viaggio in Spagna), con prenotazione largamente anticipata sono finalmente riuscito ad entrare, per farlo di nuovo in un viaggio successivo, qualche anno dopo. 

Solo ad aspettare la partenza della carovana, si è già circondati da meravigliose (ed esclusive della zona) gazze azzurre che non si fanno scrupolo di avvicinarsi per accaparrarsi i resti della tua colazione.

Poi si parte, dopo poco si lascia la strada e si entra nella zona protetta, lasciandosi letteralmente alle spalle ogni forma di civiltà per come la conosciamo.

Per gli appassionati, è come entrare a Shan-gri-là: un paradiso fra gli ultimi paradisi del pianeta.

E non delude, e anche in piena estate, nonostante la stagione secca, non delude.

Il viaggio fra le dune è un delirio di purezza selvaggia. Nella luce dell’alba, montagne di sabbia bianchissima e valli verdi di basse pinete destinate ad essere ricoperte dalla sabbia per rinverdire fra qualche anno qualche decina di metri più avanti.

E già appena si inizia a percorrere le dune, l’apparente deserto si mostra per quello che è, un luogo pieno di vita. Basta abbassare lo sguardo sulla sabbia, e si scoprono ovunque tracce di animali di qualunque genere. Roditori, cervidi, linci, lupi, martore. Già solo a leggere le orme che si possono trovare su una duna si potrebbe già narrare un intero documentario sulla fauna mediterranea.

E poi arrivano i cervi. E poi cervi e poi ancora cervi, come le antilopi nelle savane africane. L’immagine dei cerbiatti che zampettano sulle dune candide non si può descrivere, e ad ogni angolo e ad ogni scavalcamento di duna si ripete puntuale. E poi daini, cinghiali, pernici come se si stesse attraversando il recinto di uno zoo. Ma non è uno zoo. È natura vera, come dovrebbe essere e come doveva essere in gran parte dell’Europa ed ora è soltanto in pochissimi posti come questo.

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Lo spettacolo non finisce con le dune, prosegue sulle paludi secche, e a cervi, daini e cinghiali che sembrano non finire mai si aggiungono cavalli e bovini allo stato brado, e in alto a volteggiare, aquile e poiane.  E una cosa che fra le tante rimane, è la sensazione davvero insolita del tuo sguardo che per ore e ore si perde all’orizzonte senza incontrare una strada, una macchina, una casa o un palo della luce.

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Alla fine si arriva al fiume, grande che l’altra riva è lontana, e lì si vedono volare stormi di fenicotteri, e sulle rive quantità impressionanti di granchi violinisti che battagliano continuamente per la difesa dei loro centimetri quadrati di territorio e delle loro precarie alcove sotto il fango dove invitano di continuo le femmine agitando la loro asimmetrica e smisurata chela.

Si prosegue fiancheggiandolo fino a che non entra nell’oceano spingendo la sua potenza fino al largo, mischiando le sue alle altre acque e cambiando il colore del mare quasi fino all’orizzonte, e si torna indietro attraverso un altro ambiente per noi inconcepibile: trenta chilometri ininterrotti di spiaggia enorme, nient’altro che spiaggia, sabbia conchiglie e mare per quasi un’ora di corsa in jeep, con file di uccelli sulla battigia, gabbiani, aironi, beccacce di mare, tranquilli e non disturbati da nessun ombrellone né altra traccia di essere umano, e dove ti può perfino capitare, come a noi nell’ultima visita, di incontrare una balena morta, da poco spiaggiata, a darti l’idea di cosa altro si muove lì davanti, sotto il pelo di quella immensità d’acqua.

Quando compaiono i primi palazzi dell’unico osceno insediamento turistico-balneare della zona, per fortuna puoi sforzarti di far finta di niente e girare ancora lo sguardo dall’altra parte, lasciandolo ancora correre fino all’orizzonte scivolando sulle dune bianche. Sabbia e cespugli e pinete, bianco verde e giallo, bianco verde e giallo.

E nient’altro che abbia un senso più compiuto al di fuori di quei colori.

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