La notte delle volpi volanti

1991. Indonesia. Isola di Flores.

Già di suo un posticino non male, con la barriera corallina, con le scimmie sulla spiaggia, con aironi del reef che pescano sulla battigia.

Però come al solito c’è qualcuno (io, per esempio) che non si accontenta mai, e scopre che nelle vicinanze c’è un isolotto di mangrovie dove di giorno si rifugiano a mangiare, da tutte le altre isole della zona, alcuni animaletti particolari.

Sono pipistrelli giganti (volpi volanti, le chiamano, e hanno ragione), hanno la dimensione di un gatto, e un’apertura alare di un metro. Insomma, piccolini come pipistrelli.

Per fortuna mangiano solo frutta, e infatti si rifugiano lì proprio per abbuffarsi di frutti nello scuro della foresta formata dalle mangrovie.

Non si può non andarci (c’è da chiederselo?), anche se non è facilissimo. Però insomma, non si viene in posti del genere proprio per cercare lo straordinario? E allora non ci si può mica fermare. Insomma si deve affittare una barca, attrezzarsi per dormirci sopra. Si fa, e la sera dopo si parte.

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Viaggiamo fra le isole nella luce che comincia a diventare rosa e poi dorata, un sogno. Arriviamo finalmente all’isolotto di mangrovie che ancora il tramonto non è iniziato. Alberi fantastici, le mangrovie. Crescono nell’acqua, senza un solo granello di terra, e per “respirare” hanno le radici che ritornano verso l’alto, riemergendo all’aria. E poi crescono una vicina all’altra fino a formare isole intere. Infatti quest’isola non ha terra, né spiaggia, è composta soltanto di alberi intrecciati uno all’altro, e così intrecciati che sarebbe impossibile entrarci dentro. E’ per questo che loro si rifugiano lì.

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La barca si ferma, getta l’ancora, e si aspetta. Non si muove una foglia, ogni tanto si sentono soltanto alcuni versi strani che provengono dall’interno dell’isolotto.

Passano in volo delle fregate, enormi uccelli neri con la gola rossa e le ali lunghissime, io mi guardo intorno, il tramonto è iniziato, la luce diventa rossastra. Mi fisso su una lama di luce che taglia il mare, seguo una delle fregate. Quando passa fra le due isole che avevo puntato, scatto. “Tramonto fra le isole della Sonda”. E’ una foto che farà la sua strada.

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Poi la luce si abbassa ancora, si sta facendo buio, quasi perdiamo le speranze.

E invece no, mai perderle. All’improvviso esce fuori il primo. Sembra una cornacchia, ma vola troppo diverso, sembra senza peso, e muove le ali come nessun uccello potrebbe fare. Un attimo, e un attimo dopo ne escono cinque, trenta, cento… migliaia tutti insieme.

Fine del respiro, fine del fiato, i battiti del cuore. O si sono fermati o vanno talmente veloci da non sentirli più.

E cominciano a passarci sopra per disperdersi a ventaglio verso le altre isole. Ci volano sulla testa che sembra si muovano al rallentatore, e invece stanno in aria alla grande, con maestria assoluta.

Quello che è difficile da raccontare è il numero. Sono migliaia sul serio., non è un modo di dire. Il cielo è oscurato da un capo all’altro, e continuano ad uscire, senza sosta. Ma quanti diavolo ce ne erano là dentro? in quell’isolotto verde che sembrava tanto piccolo?

Ma ciò che è impossibile descrivere è il suono.

Non puoi immaginartelo. Loro non gridano, e le loro ali fanno solo un fruscio. Però un fruscio moltiplicato per migliaia non si può mica spiegare cosa ti fa nelle orecchie. È un suono basso, bassissimo, ma ti entra dappertutto, e lo senti anche sotto, dentro, ti vibra nella pancia.

Continuano a passare mentre la luce diminuisce sempre più, e continuano a passare, giuro, per almeno un quarto d’ora ininterrottamente, ed è veramente un tempo infinito. Ad un certo punto uno passa più basso, proprio vicino al pennone della nostra nave, e posso guardarlo bene. Incredibile, è proprio un pipistrello, enorme, ma un pipistrello. Le ali inconfondibili, e il muso che sembra davvero quello di una piccola volpe.

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Ad un certo punto, quasi all’improvviso com’era iniziata, la processione finisce, e il cielo ritorna un po’ più blu. Gli ultimi ritardatari che passano sembrano come quelli dei cartoni animati, che rimangono sempre indietro e poi si affrettano a raggiungere gli altri. Poi il silenzio, e ricominci a sentire il rumore del mare, e solo allora ti rendi conto di quanto quel fruscio riempisse ogni angolo.

E’ passata. Siamo come ubriachi, non si vedono mica tutti i giorni cose così, e forse una cosa così non la rivedrai mai più per tutta la vita, e in quel momento lo sai, e nonostante questo, o forse proprio per questo, ti senti felice, o comunque più vicino possibile a quel che probabilmente è la felicità, perché e come se ti fossi finalmente trovato davvero, proprio tu, nel bel mezzo di una delle meravigliose favole che ti raccontavano da bambino. Nient’altro che isole, navi, e perfino draghi volanti.

Per questo ora ti puoi mettere a dormire, e il disagio di dormire sul ponte di una barca non lo senti minimamente. Piuttosto ti sembra di stare in una di quelle avventure di pirati. E puoi addormentarti come il bimbo più felice del mondo, senza bisogno che nessuno ti racconti una favola, perché l’hai appena vissuta.


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