L’immagine raccontata: L’Orafo del Passage des Panoramas

Spesso la letteratura si trova a fare da ispirazione alle mie foto. Per i luoghi ritratti, per le situazioni evocate, per alcune atmosfere che ricordano pagine o mondi raccontati da grandi scrittori. Inevitabilmente Parigi ad ogni angolo richiama alla mente (e alla vista) tanti ambienti descritti in modo così unico e inconfondibile da quel prodigio di narratore che è stato Georges Simenon.

Oltre che agli immancabili luoghi continuamente frequentati dal suo Commissario Maigret (Quai des Orvefres, Place Dauphine, Boulevard Richard-Lenoire, Place des Vosges, che non posso mai fare a meno di riattraversare ad ogni passaggio nella capitale francese) la città è piena di scorci e di piccoli universi  che da soli sembrano continuamente rievocare qualche suo racconto, con i suoi indimenticabili personaggi che ci vivono e ci si muovono, ancora oggi, con le loro storie personali un po’ nascoste, nell’ombra di un portone, dietro una vetrina, al tavolo di un Bistrot.

Già molti titoli dei suoi romanzi inquadrano in modo quasi scientifico, direi da entomologo, luoghi e professioni che raccontano da soli una buona metà di quelle vite con solo un sostantivo e un aggettivo, e lasciano intuire una parte nascosta e piena di sfumature che solo l’apertura del libro e l’immersione nelle sue pagine promettono di svelare: L’orologiaio di Everton, I fantasmi del Cappellaio, L’uomo che guardava passare i treni, Il Borgomastro di Furnes, La ballerina del Gai-Moulin, L’uomo della panchina,  Il piccolo libraio di Archangelsk.

Le botteghe e i negozi, soprattutto se artigiani con diversi decenni di tradizione alle spalle, sono fra questi luoghi particolarmente Simenoniani che richiamano spesso le atmosfere e anche gli odori delle sue pagine. E a Parigi, fra i luoghi dove ancora (anche se sempre meno) si possono incontrare angoli di mondo quasi intatti che sembrano rispecchiare in modo fedele le ispirazioni dello scrittore, ci sono senza dubbio i passages.

I passages parigini sono delle gallerie coperte (provvidenziali nei giorni di pioggia), sorte numerose in particolar modo agli inizi del XIX secolo. All’epoca, prima del rinnovamento urbanistico di Napoleone III e del barone Haussmann, molte strade erano sporche e trafficate e interi quartieri inavvicinabili per sporcizia e cattivo odore. Gallerie coperte dove poter comodamente frequentare negozicaffè e bistrot  al riparo da pioggia, fango e odori malsani, erano decisamente un’ottima soluzione. 

A cavallo fra il XIX e il XX secolo aprirono a Parigi circa 150 passages, oggi in gran parte chiusi o scomparsi, soprattutto a causa delle aperture di grandi magazzini (pionieri i celeberrimi Lafayette). Ne restano circa una trentina, tenaci e testardamente accoglienti, che offrono percorsi inaspettati, tagliano palazzi e strade attraversando le loro viscere e invitano i viaggiatori meno frenetici nelle loro piccole oasi di tranquillità immerse in un altro tempo, nel bel mezzo del caos della moderna metropoli.

In uno di questi, il passage des Panoramas (il cui nome viene dalla iniziale presenza di due panoramas, ossia due sale circolari coperte da una cupola e dipinte con paesaggi dove i flaneur potevano fermarsi a riposare, purtroppo già eliminati nel 1831), è ancora oggi uno dei più caratteristici e frequentati. Si apre quasi come un portone qualunque nel bel mezzo di un palazzo in Boulevard Montmartre e lo attraversa, coperto dalle tipiche vetrate di metallo e vetro, fino a sbucare nella opposta Rue Sant-Marc, e non senza essersi diramato, durante il percorso, in altri bracci che portano alle uscite sulle laterali Rue Montmartre e Rue Vivienne. È ancora ricco di locali che hanno mantenuto l’aspetto retrò degli inizi del secolo scorso (anche se a volte un po’ posticcio). Ristoranti, botteghe di filatelia, gioiellerie e orologerie.

Qui, in uno dei passaggi nel passage, mi è capitato di vedere la scena che ho cercato di fermare nel mio scatto. Niente più che un gioielliere, all’interno del suo negozio, intento a consultare qualcosa sul suo tablet (elemento straordinariamente contemporaneo in un ambiente esteticamente precedente di un centinaio di anni). Nella semioscurità, quasi nascosto dagli oggetti liberty che affollavano la sua vetrina e dall’arredamento ricercato e anche eccessivamente carico della sua bottega.

Al di là della scena suggestiva e della bella combinazione di colori, oggetti e profondità che la composizione mi offriva, ciò che più di tutto mi ha invitato allo scatto è stata proprio l’immediata identificazione in una scena possibile di un possibile romanzo di Simenon. Un uomo, un artigiano nel suo negozio, incastrato in un angolo all’interno di una galleria all’interno di un palazzo all’interno di un quartiere della città, immerso in chissà quali pensieri e con chissà quali piccole o grandi storie, belle o brutte, esaltanti o spaventose nel suo passato e nel suo presente. Storie che il prodigioso romanziere belga avrebbe saputo estrarre con la sua inimitabile maestria narrativa e capacità di penetrazione psicologica, per restituircele in poche parole, secche e precise, su qualcuna delle sue indimenticabili pagine.

A me non è rimasto che comporre l’immagine e scattare, anche consapevole, per quanto la vetrina fosse esposta al pubblico, di stare in qualche modo “rubando” un momento di intimità privata (credo che la gioielleria sia discretamente conosciuta, fra l’altro), ma davvero troppo evocativo per essere lasciato cadere senza tentare di congelarlo per la mia personale galleria.

In ogni caso, prima ancora di fare click la foto aveva già il suo titolo, inevitabile:
L’orafo del passage des Panoramas.


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