Probabilmente uscì…

Credo di aver avuto modo in diverse occasioni di dire quanto la canzone “Amerigo” di Francesco Guccini sia per me in qualche modo “speciale”. Ci sono, in effetti, anche motivi personali e familiari che la rendono tale. La canzone racconta la storia di Enrico, prozio dell’autore, che emigrò in America dal paesino appenninico di Pàvana, per andare a lavorare in miniera e poi tornare, con “due soldi e giovinezza ormai finita”, e con “un cinto d’ernia che sembrava una fondina per la pistola”, e anche mio nonno Prospero, in un’epoca ancora per tanti versi simile, emigrò in America per lavorare, lui in una fabbrica di alimenti, e perse un braccio nei macchinari che tritavano la carne. Tornò quindi mutilato, e in seguito, a Cortina d’Ampezzo, nacque mio padre.

Anche la famosa copertina dell’album “Radici“, con la foto del bisnonno Francesco e la sua famiglia mi richiama, per alcuni abiti, espressioni, e per la tipica posa delle fotografie d’epoca, una analoga dei miei nonni con i miei zii e mio padre (il più piccolo).

Ma a dire il vero, la prima volta che ascoltai la canzone, e anche per molti anni successivi, non la associai così puntualmente alla mia storia familiare. Mi colpì da subito, indipendentemente da tutto, per la sua forza narrativa, per le immagini al tempo stesso precise e immaginifiche, per i dettagli, per il senso epico e realistico del racconto, per il suo essere un romanzo intero racchiuso in sette o otto minuti, e anche per una struttura poetica e musicale totalmente originale rispetto alle canzoni che più tradizionalmente si ascoltavano in quel periodo.

Voglio quindi provare ad analizzarla, senza pretese accademiche, ma più che altro per tentare di descrivere e dare un’idea di quante cose particolari, raffinate e profonde ci siano in quel testo, e di quanta bellezza il cantautore tosco-emiliano è riuscito a riversare in quel racconto così intenso ed evocativo di una intera epoca.

amerigo-guccini

La canzone, dicevamo, racconta del suo prozio Enrico, ribattezzato “Amerigo” per evidente assonanza con il navigatore ed esploratore Vespucci, che diede il nome ad un intero continente, ma anche per una corruzione dialettale che lo vedeva chiamato dalle sue parti “Nerico” e in dialetto “Merigo”, coincidenza linguistica che permise al cantautore di usare la metafora senza particolari forzature. Del resto la trasposizione di persone e fatti del suo vissuto personale in personaggi storici e letterari è un espediente narrativo spesso utilizzato da Guccini, quasi sempre in maniera estemamente efficace (sarà così in “Van Loon”, “Don Chisciotte”, “Cyrano”, “Signora Bovary”, “Keaton”, “Odysseus”, “Bisanzio”) e forse qui lo utilizza per la prima volta in modo così diretto. Il prozio, come del resto tutta la sua famiglia “novecentesca”, come detto era già comparso nella copertina di un suo disco precedente, significativamente intitolato “Radici”, album che lo aveva portato ad un primo consistente “successo” e che conteneva la clamorosa “Locomotiva”, uno dei suoi brani ancora oggi più famosi. Il prozio Enrico “Amerigo” Guccini è il secondo in piedi da sinistra (con un cappello molto “americano”, fra l’altro).

Il racconto parte con un incipit folgorante (qui c’è il testo intero), per me uno dei più belli mai scritti:

Probabilmente uscì chiudendo dietro a se la porta verde

Iniziare così, con l’avverbio probabilmente, è già una trovata da grande letteratura, che raggiunge anche lo scopo immediato di dichiarare fin dall’inizio tutti i dubbi che lo stesso Guccini nutre su come siano davvero andate le cose. Ci dice subito che il suo racconto è il frutto di memorie e di cose dette e non dette, ascoltate e ricordate, tradizioni orali piene di lacune che lui colmerà con l’immaginazione. Non sa come sono andate davvero le cose, e non ci vuole trarre in inganno fingendo di saperlo, ci dice chiaramente che sta cercando di immaginarselo, e appena ce lo dice ci proietta immediatamente in quell’alba appenninica di inizio secolo, ci fa richiudere la porta verde alle spalle e ci troviamo lì, nel freddo mattutino del bosco che circonda il mulino sul fiume, a guardare quel ragazzo pronto a lasciare il suo paesino per andare verso l’ignoto, senza sapere quando tornerà, come tornerà, se tornerà.

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Il mulino di Pàvana, con la “Porta verde”

Per raccontare tutto questo, Guccini sceglie una forma metrica che all’ascolto diventa spiazzante, costantemente in bilico fra la poesia e la prosa. E per ottenere questo effetto utilizza rime alternate, mai banali, che nel chiamarsi da una strofa all’altra fanno entrare in contatto frasi che appartengono a due tempi e due luoghi spesso diversi, facendo sposare attraverso la rima momenti del racconto che sono quasi sempre già distanti uno dall’altro.

Probabilmente uscì chiudendo dietro a sé la porta verde

Qualcuno si era alzato a preparagli in fretta un caffè d’orzo

In queste sole due prime frasi già è capace di fornirci, oltre ad una collocazione fisica e fotografica della scena, anche una quantità incalcolabile di informazioni: “qualcuno si era alzato”: non c’è un comitato di saluto, è una partenza frettolosa (“a preparargli in fretta”), il ragazzo lascia la casa dei genitori quasi da solo, “probabilmente” solo la madre si è alzata per fargli un caffè, ed è un caffè “d’orzo”, cioè non è vero caffè, è un surrogato. Sappiamo quindi già che la famiglia è povera, non ha da permettersi lussi, neanche il lusso di alzarsi tutti quanti presto per salutare un figlio che forse non tornerà più, e siamo così costretti a immaginarci quanta stanchezza magari accumulata dal duro lavoro della sera precedente costringa a letto altri membri della famiglia tanto da non potersi alzare neanche a salutare forse per l’ultima volta il ragazzo. O magari gli altri membri della famiglia sono già fuori, usciti quando era ancora notte, per lavorare nei campi o nelle stalle.

Sappiamo quindi già quanto dura può essere la vita da quelle parti, e quanto lo è già per questo giovane che sta per affrontare l’ignoto.

non so se si girò, non era il tipo d’uomo che si perde

Qui arriva la prima rima, “perde” va con “verde”, e già il primo spiazzamento ce lo provoca l’interruzione della frase, che in realtà prosegue nel verso successivo, ma che ha la doppia valenza di poter anche avere senso da sola. “Non era il tipo d’uomo che si perde” è un concetto autonomo, e grazie alla rima ci si fissa in mente, ma un attimo dopo la frase si completa

in nostalgie da ricchi, e andò per la sua strada senza sforzo

e ribadisce la condizione di povertà e di durezza di quella vita, che costringe a non indulgere in malinconie inutili, e poi attacca una seconda frase descrivendolo mentre si allontana finalmente da casa, “per la sua strada”, e capiamo già che sarà una strada lunga e faticosa, e “senza sforzo”, una sorta di condizione di serenità obbligata, o magari inconsapevole, che ottiene con la seconda rima, “sforzo” va con “orzo”. Non so quanti altri  siano mai riusciti a fare rima con parole come “orzo”, ma Guccini è uno specialista perfino giocoso in rime apparentemente impossibili, e in questo stesso testo ce ne sono a profusione.

Siamo solo alla prima strofa, e già ci è stato raccontato un mondo intero, un fotogramma indelebile e una storia che già se ne porta dietro centinaia.

Ed è solo l’inizio.

Quando io l’ho conosciuto, o inizio a ricordarlo, era già vecchio

Subito dopo Guccini ci precisa una cosa fondamentale: la storia è vera. Sta parlando di qualcuno che lui stesso ha conosciuto di persona, anche se soltanto alla fine della sua vita.

o così a me sembrava, ma allora non andavo ancora a scuola

O forse, perché si continua nell’indeterminatezza dei ricordi e dei racconti altrui, perché lui lo ha conosciuto soltanto quando era ancora un ragazzino, e a quell’età tutte le persone appena adulte ti sembrano già vecchie.

A questo punto il narratore ci presenta una velocissima descrizione fotografica fatta di due soli dettagli ma dalla portata enorme:

colpiva il cranio raso, e un misterioso e strano suo apparecchio

Ci dice che ha il cranio rasato (non ha perso i capelli, sono “rasati”, quindi volontariamente) e che porta un “apparecchio misterioso e strano“. Ci lascia per un attimo con questo mistero e intanto ha fatto rima fra “apparecchio” e “vecchio”. Il primo particolare è destinato ad essere compreso più avanti, perché di lì a poco sapremo che il protagonista andrà a lavorare in miniera, e i minatori per via della polvere e del rischio di bruciature per il calore e per le fughe di gas, spesso si rasavano i capelli. L’apparecchio invece ci viene svelato un attimo dopo essere

un cinto d’ernia che sembrava una fondina per la pistola

Porta quindi una cintura per contenere un’ernia, che all’epoca non veniva operata, e qui ci lascia immaginare gli sforzi che avrà dovuto sostenere, che sono probabilmente anche la causa del suo problema, e nel tempo stesso ci presenta una immagine quasi western che ci proietta nell’immaginario americano. La cintura sembrava una fondina di pistola, lo zio “Merigo”, circondato anche dall’aura di eroe tornato dall’America, appariva come un vecchio cowboy. E “pistola” fa rima con “scuola”, parola che era stata usata per indicare la giovanissima età del Francesco narratore, e che quasi stavamo dimenticando, tanto tempo sembra passato fra una frase e l’altra, che in realtà si trova solo due righe sopra.

Segue subito un ritorno alla scena iniziale, un puro flashback, che per contrapposizione al presente che ce lo ha appena presentato da vecchio ci riporta con un “ma” a quell’istante in cui lascia la casa paterna.

Ma quel mattino aveva il viso dei vent’anni, senza rughe

E rabbia ed avventura, e ancora vaghe idee di socialismo

È di nuovo un ragazzino in partenza, e ha dentro di sé l’energia e l’entusiasmo giovanili che lo spingono verso la scoperta e l’avventura, e la rabbia generazionale e sociale (vaghe idee di socialismo) che lo porta a cercare nuove strade

Parole dure al padre, e dietro tradizione di fame e fughe

E per il suo lavoro quello che schianta e uccide: il fatalismo

Porta con sé conflitti familiari, classici e inevitabili, una storia di povertà e di fughe, e l’idea di destini in qualche modo ineluttabili. Qui Guccini si gioca forse la sua rima più “facile”, facendo incontrare due “ismi”, socialismo e fatalismo, ma lo compensa esprimendo un concetto assai complesso che ci costringe ad interrogarci, non necessariamente trovando risposta, su come e cosa “il fatalismo” possano “schiantare e uccidere”. Insomma ci costringe a fare un ulteriore salto, antropologico e storico, per nulla semplice.

Impossibile non paragonare queste strofe iniziali con il folgorante incipit di “Cent’anni di solitudine” di Gabriel Garcia Marquez. Anche qui, come nel romanzo del premio Nobel colombiano, in una sola frase è già racchiusa una vita intera, e il gioco di prestigio è realizzato saltando avanti e indietro più volte in almeno tre tempi storici diversi.

Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.

Tempo del racconto (presente), “molti anni dopo si sarebbe ricordato” (futuro), “quel remoto pomeriggio” (passato).

Così Guccini in Amerigo ci fa saltare dal tempo di lui ragazzino che conosce il prozio “da vecchio”, al passato in cui il protagonista ancora giovane parte per le americhe, e lo racconta in un tempo presente (il tempo della canzone) che è futuro per i fatti narrati.

Continuerà ad usare questo parallelismo temporale per tutte le considerazioni che seguiranno sull’America, continuamente contrapposta fra ciò che lui immaginava da ragazzo degli anni ’50 di quel grande paese oltreoceano, idealizzando e mitizzando tutto in positivo, e ciò che aveva trovato ed affrontato, decenni prima, il prozio emigrante.

Per il momento ancora però siamo nell’alba appenninica con il giovane Enrico che lascia la casa dove è nato e vissuto fino a quel momento (incredibilmente, non ci siamo ancora mossi da lì) e ci restiamo ancora un attimo, prima di fare un travolgente balzo in avanti, per dare il giusto peso ai sentimenti contrastanti del giovane in partenza.

Ma quel mattino aveva quel sentimento nuovo per casa e madre

Andò pure “senza sforzo” per la sua strada, ma non poteva essere indifferente ad un distacco che forse sarebbe stato definitivo. Quindi si strugge al pensiero di “casa e madre” che sta abbandonando. Il sentimento della nostalgia è così forte, e “nuovo” perché finora mai provato, da poter essere contrastato solo artificialmente:

e per scacciarlo aveva in corpo il primo vino di una cantina

Con questa frase Guccini ci riporta all’ambiente del paese, le cantine, il vino, le sbornie, e ci dice quanto la sofferenza per il distacco sia “fisica”, con quel “aveva in corpo”. Gli aspetti più “fisici” della storia stanno per prendere il sopravvento.

Un attimo dopo, con un flashfoward vertiginoso, ci fa scattare in avanti, strappandoci via dalla prima scena dove ci ha tenuto fino da ora

E già sentiva in faccia l’odore d’olio e mare che fa Le Havre

E già sentiva in bocca l’odore della polvere della mina

Sta già per imbarcarsi, sente gli odori del porto, e con una delle sue rime più clamorose Guccini fa incontrare “Le Havre” con “Madre” (come si diceva poc’anzi, fra le due rime ci passa un intero viaggio che attraversa tutta l’Europa). Lo fa pronunciando il nome francese senza troncare come vorrebbe la pronuncia, e lo farà anche più avanti con i nomi americani, perché sta raccontando di persone semplici, di cultura contadina, che parlano come vedono scritto. È uno dei tanti espedienti geniali di questo racconto, e del resto gli aspetti linguistici e dialettali sono da sempre la sua materia prima.

E in questa stessa frase fa almeno un’altra cosa notevole: nel fare rima fra “cantina” e “mina” ci ricorda, quasi di passaggio, l’origine etimologica del termine “miniera”. Si chiama così perché si aprivano le gallerie facendoci brillare le mine.

E sempre in questa strofa esplode la fisicità della storia, con la sequenza “aveva in corpo”, “sentiva in faccia”, “sentiva in bocca”.

A quel punto e solo a quel punto, dopo averlo sparato sull’oceano e oltre con due sole frasi, permette all’ascoltatore, o al lettore che è la stessa cosa, un primo momento di “quasi rilassatezza”, o quantomeno di riflessione, iniziando a raccontare cosa significava l’America per il narratore, allora ragazzino di paese.

Lo fa miscelando, come lo erano nella mente di un bambino, soldati americani che hanno liberato l’Italia dal nazifascismo, riviste patinate che ogni tanto si aveva modo di vedere, conservate probabilmente come reliquie, e poi miti, avventura, fumetti.

L’ America era allora, per me i G.I. di Roosvelt, la quinta armata,

l’ America era Atlantide, l’ America era il cuore, era il destino,

l’ America era Life, sorrisi e denti bianchi su patinata,

l’ America era il mondo sognante e misterioso di Paperino.

E prosegue con l’immagine di un mondo tranquillo, di una provincia dolce e pacifica, inestricabilmente mescolata a banditi, fuorilegge, eroi di grandi imprese e di grandi film hollywoodiani, in una contraddizione inspiegabile ma nella sua immaginazione infantile perfettamente coerente, tutti parte in un unico sogno che scorreva nella sua mente come nelle sue orecchie scorreva il fiume del suo paese.

L’ America era allora per me provincia dolce, mondo di pace,

perduto paradiso, malinconia sottile, nevrosi lenta,

e Gunga-Din e Ringo, gli eroi di Casablanca e di Fort Apache,

un sogno lungo il suono continuo ed ossessivo che fa il Limentra.

Già in questa seconda parte di elenco però Guccini introduce una “malinconia sottile”, una “nevrosi lenta”. Fa già capire quindi quanto tutto, perfino nel suo immaginario da ragazzo, non sia mai tutto bianco o tutto nero. Qui fa di nuovo il suo gioco di rime ardite, pronunciando “Apache” non come “Apasc”, o “Apaci” come sarebbe la sua pronuncia corretta, ma inventando un “Apace” ammutolendo l’h ma mantenendo la e, così da fare rima perfetta con “pace”, e ribadendo l’assoluta predominanza delle forme dialettali o popolari nel linguaggio del racconto. E subito di seguito introduce anche il nome preciso del fiume, dandoci la prima esatta connotazione geografica. Il Limentra, a fare rima con “lenta”, è il fiume che scorre a Pàvana, che è il paese di origine della famiglia Guccini, ed è proprio il fiume che scorre sotto la casa e fa girare la ruota del mulino. I termini “continuo ed ossessivo” stanno lì a trasmettere la sensazione di un tempo che scorre inesorabile e sempre uguale, monotono e implacabile, ma questa monotonia viene immediatamente interrotta dal nuovo salto in avanti, stavolta geografico.

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Il fiume Limentra, subito sotto al mulino

Con la frase successiva infatti ci catapulta direttamente dall’altra parte dell’oceano:

Non so come la vide, quando la nave offrì New York vicino

Siamo sulla nave con Amerigo, guardiamo stupiti cercando di immaginare come sarà apparsa al suo sguardo la metropoli per eccellenza. Qui Guccini ribadisce con il suo “non so” lo sforzo di immaginazione che fa e che chiede a noi di fare con lui. Sarà stato di giorno? Di notte? Ci sarà stata foschia? Nebbia, pioggia, sole? Non possiamo saperlo. Non sappiamo come, sappiamo però cosa vide:

dei grattacieli il bosco, città di feci e strade, urla, castello

Il groviglio di palazzi e luci, la confusione di gente, di persone, di lingue, il degrado, l’immagine di una fortezza da conquistare, e soprattutto i grattacieli visti come un bosco, una immagine che serve a riportare indietro la memoria verso qualcosa che appare già lontanissimo nel tempo, con una delle frasi più belle:

e Pàvana un ricordo lasciato fra i castagni dell’appennino

Di nuovo la collocazione geografica precisa, il nome del paese (che neanche in “Radici” aveva ancora nominato esplicitamente), immerso in un altro bosco, vero e naturale, un bosco di cui si conosce il nome degli alberi (i castagni) e delle montagne (l’appennino, una delle parole usate più frequentemente dal cantautore in un gran numero di sue canzoni, a fare qui rima con “vicino”).

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Pàvana

Un ricordo di un istante, subito rimpiazzato dalla realtà dura e anche violenta dell’arrivo in un paese totalmente estraneo prendendo la forma di una lingua sconosciuta, non solo nelle parole ma anche nel suono:

l’inglese un suono strano che lo feriva al cuore come un coltello

Da quel momento in poi, la sua vita negli stati uniti è immaginata, perché si può solo immaginarla, come sequenza ininterrotta di eventi, fatti, situazioni, elementi. Flusso continuo di fatiche fisiche e psicologiche:

e fu lavoro e sangue, e fu fatica uguale mattina e sera

per anni da prigione, di birra e di puttane, di giorni duri

di negri ed irlandesi, polacchi ed italiani nella miniera

sudore ed antracite in Pennsilvanya, Arkans, Tex,  Missouri

Poche pennellate che ritraggono tutto ciò che deve essere stata la sua esistenza da minatore negli States. Lavoro, sangue, fatica da non distinguere più il giorno dalla notte, vita da carcerati, birra, puttane, e poi il crogiuolo di razze e nazionalità che si ritrovavano insieme nelle gallerie a faticare e rischiare la vita fra “sudore ed antracite” (che meraviglia inserire “antracite” in una canzone), in diversi stati americani conosciuti per il suono del loro nome, magari anche compreso e ripetuto male, o anche solo per come venivano chiamati nello slang del luogo, Arkans per Arkansas, Tex per Texas (da molte parti il testo è riportato con i nomi degli Stati corretti, ma è un errore, basta ascoltare come la canta l’autore) e Missouri pronunciato volutamente “Misuri” a fare rima con “duri”.

A questo punto ci ha detto, in poche frasi, tutto quello che poteva sapere della storia americana del prozio Enrico, e quindi riscendendo anche di tono, stavolta quasi con delicatezza, riprende dal suo ritorno al paese natìo:

Tornò come fan molti, due soldi e giovinezza ormai finita

Ritorna con qualche soldo in tasca, sempre troppo pochi per averli barattati con la sua giovinezza, e per questo ora una nuova visione dell’America stavolta inclina verso una disillusione:

l’ America era un angolo, l’ America era un’ ombra, nebbia sottile,

l’ America era un’ ernia, un gioco di quei tanti che fa la vita,

I sogni sono ridimensionati, quelli di Enrico (che forse non ne ha mai avuti davvero) e i suoi miti infantili. L’America ora è “un angolo”, “un’ombra”, qualcosa di piccolo rispetto ad una vita, poco definita, vagamente nebbiosa, uno dei tanti giochi “che fa la vita. Di davvero concreto di quell’esperienza gli rimane solo l’ernia (“L’America era un’ernia” è una sintesi potentissima), e qualche termine slang per dare un nome alle due o tre cose che importava sapere:

e dire “boss” per capo e “ton” per tonnellata, “raif” per fucile

A questo punto il narratore ci accompagna rapidamente alla conclusione, tornando al suo ricordo iniziale (sembra passata una vita, e infatti lo è):

Quando io l’ho conosciuto, o inizio a ricordarlo, era già vecchio

Ci aggiunge però il suo comportamento al cospetto del misterioso parente “americano”, un misto di distacco, timore, senso di estraneità, e fondamentalmente di incomprensione:

sprezzante come i giovani gli scivolavo accanto senza afferrarlo

Incomprensione di cui oggi si pente, e per questo ce lo sta raccontando, comprendendo invece che quell’uomo meritava di essere conosciuto meglio, perché in lui c’era tanto di se stesso e della sua storia, presente, passata e futura (ciò che ha continuato a dirci per tutta la canzone):

e non capivo che quell’uomo era il mio volto, era il mio specchio

e qui la rima fra “vecchio” e “specchio” non è soltanto sonora ma assume un significato anche più profondo, per poi concludere ripetendo tre volte la frase finale, dove un ipotetico incontro metafisico in realtà esprime un concetto più concreto e diretto: con il tempo le cose si capiscono, si comprendono, diventano parte di noi stessi anche se al momento in cui sono accadute non le avevamo considerate tali.

finchè non verrà il tempo in faccia a tutto il mondo per rincontrarlo

Chiude così, senza code musicali, perché è, e deve essere, come chiudere un libro dopo aver letto l’ultima frase, perché di romanzo si tratta.

Io invece concludo con una sola notazione personale:

quando dico che Francesco Guccini ha un valore e uno spessore letterario al livello di Foscolo, Pascoli e Leopardi, da molti vengo preso un po’ per scemo, ma del resto erano parecchi anche quelli che mi dicevano altrettanto quando, già da parecchi anni prima del 2016, cominciai a dire che Bob Dylan avrebbe meritato il Nobel per la Letteratura.


La canzone nella sua registrazione originale (Album “Amerigo”, 1978)


Una mia versione “omaggio”, realizzata in occasione del suo 80esimo compleanno, nel 2020.


Appendice fotografica: quando io e mio figlio Francesco andammo a trovarlo, nell’estate del 2017, nella sua Pàvana, naturalmente non potemmo mancare di visitare anche, come autentici luoghi storici e letterari,  il mulino con la porta verde, il fiume Limentra e l’intero paese.

3 pensieri riguardo “Probabilmente uscì…

  1. L’ottima esegesi ci restituiscono significato e valore di questa canzone, una delle tante di questo straordinario autore. Una ventina di anni fa alla biblioteca di Ciampino si tennero una serie di incontri sulla canzone d’autore considerata come parte della letteratura italiana, in particolare si menzionarono Guccini e De André, ritenuti poeti oltre che cantautori. La serie di conferenze fu autorevole perché tenuta da un gruppo di giovani accademici che avevano fondato l’Accademia degli Scrausi, dei linguisti desiderosi di percorrere i linguaggi del Novecento anche fuori dai soliti canoni (quindi anche fumetto, cinema, ecc.). Io ero appena arrivata dal sud, puoi immaginare l’entusiasmo nel partecipare.

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  2. Francesco è stato per me un fratello MAESTRO … lo ascoltavo oltre 40anni fa quando molti più vecchi di me non comprendevano il significato delle sue canzoni. L’ho seguito nei suoi concerti sempre con tanta emozione, la stessa emozione che provo anche adesso nel riascoltarlo. C’è una realtà che non perdono a Francesco ed è quella di aver smesso di scrivere “canzoni”, per usare un diminutivo. I libri che si ostina a scrivere sono tutt’altra espressione.
    Grazie Alessandro … complimenti per la tua analisi .-
    Franco Marizza (aquilasolitaria)

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    1. Grazie (scusa se ho visto e approvato il tuo commento solo ora). Anche io soffro per la sua rinuncia alla forma-canzone. Ma ovviamente è una scelta che rispetto in pieno. I suoi libri non sempre mi piacciono, alcuni si (l’ultimo, tallummescuro, mi è piaciuto molto, ad esempio), come tu dici sono una cosa completamente diversa, e forse mancano di quella capacità di sintesi che è una sua caratteristica peculiare (ogni tanto riaffiora, in alcune singole frasi bellissime che si incontrano lungo il testo). Penso però che abbia fatto una scelta davvero sincera, e davvero non ritenga (a torto o a ragione, ma solo lui ha il diritto di deciderlo) di avere più da dire con la forma espressiva cantautorale, probabilmente teme di ripetersi ed evidentemente la considera una cosa imperdonabile (se non ne soffre lui la mancanza, è giusto così). Credo che stia facendo ciò che gli piace e lo soddisfa, e di certo se lo può permettere. Come dimostrano anche i miei stessi articoli (questo scritto oggi a più di quarant’anni dal disco!) ha lasciato talmente tanto e di tale spessore che si potrà continuare a riascoltarlo e scoprire angoli della sua poetica praticamente all’infinito.

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