Platone, Magritte, e la critica della ragion fotografica

In un articolo presente sul suo ultimo libro (Pape Satàn AleppeUmberto Eco sintetizza uno dei pilastri del pensiero filosofico greco in poche frasi che mi permetto di riassumere così:

Per Platone le cose sono riproduzioni imperfette di modelli ideali. Le immagini, essendo quindi riproduzioni imperfette delle cose, sono a loro volta delle imitazioni di seconda mano, molto distanti dai modelli. I neoplatonici, quasi duecento anni più tardi, portarono avanti il suo pensiero arrivando a definire le immagini come diretta imitazione dei modelli ideali, scavalcando così la realtà conosciuta.

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Raffaello – La scuola di Atene

La sintesi, come sempre brillante, mi ha inevitabilmente fatto pensare a come è stata considerata la fotografia nel corso del tempo e a come viene considerata anche oggi, soprattutto rispetto alla pretesa di autenticità e alla riproduzione della realtà che si sforza di rappresentare.

Ho sempre ritenuto infatti che ognuno di noi nel giudicare una foto tenda a confrontarla con il proprio “ideale” di quella realtà. E se non ha mai visto ciò che la foto riproduce, comunque tende ad associarla all’insieme delle immagini che conosce di quella realtà, creandosi nella mente una propria sintesi.

E’ normale che ciò avvenga, ma poco si tiene conto del fatto che anche il fotografo fa, e ha il diritto di fare, altrettanto.

Anche lui quindi cerca di riprodurre ciò che ha visto per far sì che l’immagine si avvicini il più possibile alla propria idea di quella realtà: come l’hanno vista i suoi occhi, in quel preciso istante, come l’ha vissuta e come il suo sguardo (che è sempre e comunque personale) l’ha letta e interpretata.

Per questo ritengo che giudicare una foto (e una immagine in genere) in base a quanto sia “realistica” o “artefatta” sia artificioso quanto giudicarla in base al fatto che sia stata scattata di mattina o di pomeriggio. Può non piacere, ed è tutto un altro discorso, ma considerarla più o meno naturale in base al nostro criterio di “naturalezza” non è un buon metro di valutazione.

Personalmente sono dell’idea che esistano foto più o meno belle, più o meno interessanti, più o meno originali. Ma l’idea che esistano foto più o meno “vere” non mi ha mai convinto.

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René Magritte – La chiave dei campi

Anche nella situazione apparentemente più neutra, qualunque sguardo frappone fra la realtà e la sua visione il proprio filtro personale (l’occhio, l’obiettivo, le lenti, l’aria, l’atmosfera) e ciò che ne viene fuori non può mai coincidere con la realtà stessa, che probabilmente è per sua stessa essenza inconoscibile, e soprattutto irriproducibile.

Questa è, tra l’altro, la mia interpretazione del tutto personale di alcuni quadri del grande surrealista René Magritte (il surrealismo aveva spesso lo scopo di mostrarci ciò che esiste al di là delle apparenze), dove dei vetri di finestra in frantumi riproducono la realtà che stavano filtrando anche dopo essere caduti a terra, dimostrando così la loro non neutralità.

Insomma, ciò che nella nostra cultura dell’immagine, al giorno d’oggi così predominante, dovremmo davvero assimilare è che qualsiasi riproduzione della realtà non è, né mai può essere, la realtà stessa.

Se lo aveva già capito Platone, duemilacinquecento anni fa, possiamo farcela anche noi.


 

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