Il Cenacolo: l’attimo dissolvente

Fra tutte le idee che possono venire in mente, nessuna potrebbe essere peggiore del voler scrivere del Ce­nacolo, l’Ultima Cena dipinta da Leonardo da Vinci nel refettorio del convento di Santa Maria delle Gra­zie a Milano, visto che è, a volerne dire male, una delle più grandi opere d’arte di tutti i tempi.

Il fatto è che, oltre ad essere questo e molto altro, per me rappresenta anche un’esperienza prima mentale e poi fisica del tutto particolare che vorrei provare, naturalmente in maniera assolutamente insufficiente, in qualche modo a raccontare.

Il Cenacolo è una di quelle opere che mi ha sem­pre fatto impazzire per tutto il tempo che l’ho stu­diata a scuola. Fra i tanti motivi che lo merite­rebbero e che avrei approfondito molto meglio nel corso degli anni, ce ne era però in particolare uno.

Si trattava di quella faccenda del tutto unica per cui Leonardo, sperimentatore senza paure prima ancora che pittore, lo realizzò con una tecnica da lui contemporaneamente inventata e provata sul posto: una sorta di pittura a secco su una specie di stucco, con colori derivati da un impasto contenente anche rossi d’uovo e altre diavolerie naturali; una tecnica per lui assolutamente indispensabile dato che la normale procedura dell’affresco, che vuole una pittura rapida e decisa su un intonaco ancora fresco prima che si asciughi, non era assolutamente compatibile con la sua concezione stessa di pittura, che voleva invece un accumulo di velature a volte impalpabili, e la possibilità di tornare sul già fatto per aggiungere particolari o tonalità o luce o ombre. Una tecnica rivoluzionaria che ha però legato l’esistenza stessa dell’opera all’inar­restabile degrado della sua immagine, alla sua sot­tomissione alle leggi del tempo e del decadimento fisico e materiale, come fosse un elemento naturale al pari di qualsiasi altro.

E questo, a dispetto del dolore inesauribile nel ve­dere un capolavoro disfarsi lentamente sotto i nostri occhi, mi è sempre sembrato perfettamente in linea con tutta l’opera di Leonardo, così profondamente intrisa in ogni suo aspetto dalla presenza, vera o rappresentata, degli elementi atmosferici, della pol­vere, della rarefazione dell’aria e dei colori.

In sostanza, ho sempre visto nel Cenacolo un sim­bolo incredibilmente pieno di fascino di una rap­presentazione che si consuma e scom­pare nel tempo come la stessa realtà che rappre­senta.

Poi, un po’ di anni fa, sono andato finalmente a vederlo là dove si trova e si consuma da mezzo mil­lennio, nel refettorio di Santa Maria delle Grazie a Milano, e mi sono reso conto che, al di là delle sen­sazioni più o meno filosofiche legate alla sua natura materica, e forse anche distratto per anni da queste, per quel che riguardava la forma e l’im­magine in realtà fino a quel momento non avevo capito niente, ma proprio niente… e sono rimasto inchiodato davanti alla parete fino a che non mi hanno cacciato via (per ogni gruppo di persone c’è un tempo massimo di permanenza nel refettorio, per limitare i danni dovuti agli sbalzi di temperatura e umidità provocati dai corpi stessi dei visitatori, a testimonianza ulteriore della mera­vigliosa fragilità di questa opera incredibile).

Quello che non avevo mai capito, perché neanche la migliore riproduzione riesce neanche lonta­namente a renderlo in alcun modo, è il carattere to­talmente fotografico della rappresentazione, quasi a bilanciare per contrasto il carattere mutevole ed evanescente della materia che lo compone.

E nel momento stesso in cui l’ho visto ho capito, in un attimo, che si tratta di una vera istantanea. Esattamente nel senso fotografico del termine.

L’immagine rappresenta davvero l’istante im­mediatamente successivo alla frase “In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà” pronunciata dal Cristo al centro della tavola, e letteralmente “con­gela” quell’istante.

Ogni gesto, ogni emozione di ciascun perso­naggio (studiate dal genio anche nei loro risvolti psicologici fino al minimo dettaglio) è bloccata nell’attimo in cui sta per esplodere o è appena esplosa, in un gioco di composizione, di forme e di richiami di masse e pesi assolutamente immenso, che solo guardandola dal vivo, nelle sue dimensioni, proporzioni e nel luogo in cui è stata concepita si può davvero cogliere, in un colpo solo, possibilmente trattenendo il fiato un attimo prima di posarci gli occhi sopra, un po’ perché anche il fiato può danneggiarla, e un po’ perché in quello stesso istante i nostri polmoni si svuotano d’un colpo.

Qualche anno ancora dopo mi sono trovato di nuovo a Milano per lavoro, e ho mollato senza alcun senso di colpa la seconda metà di una conferenza per tornare a vederla dopo il famoso restauro (quello dichiarato definitivo, ma io a dare del definitivo a qualsiasi cosa riguardi Leonardo non mi fiderei troppo), con i nuovi colori riportati alla loro brillantezza originale.

Altra mezz’ora di trance, e altro effetto quasi in­credibile: i colori nuovi, meravigliosi e mai visti pri­ma di allora da nessuno, era come li avessi sempre visti così, come ci fossero sempre stati, come se la forza della composizione fosse sempre stata tal­mente più forte di qualsiasi colore e di qualsiasi linea da mantenere la potenza e il senso dell’intera immagine, anche quando del quadro non si riusciva a distinguere quasi più nulla.

E, a chiudere il cerchio, proprio di fronte alla nuo­ve meravigliose tinte che fanno finalmente risaltare le masse e la composizione del capolavoro, sono tornato alla sensazione che quelle masse e quel­l’incredibile congelamento dell’attimo sono talmente più importanti dei colori e dello stesso disegno, che il loro progressivo disfacimento torna ad avere un senso assoluto superiore ad ogni altro aspetto, quasi che solo l’assoluta instabilità della materia possa compensare l’altrettanto assoluta fissità di un’istan­tanea realizzata cinque secoli prima che la fotografia fosse inventata.

E proprio quest’ultima sensazione fu in quel momento talmente forte da farmi arrivare a pensare (in un attimo fuggevole come tutti gli attimi e ancor più come ogni cosa abbia a che fare col genio di Vinci), con un senso di fascino quasi equivalente all’orrore, che se fossimo davvero in grado di capirlo fino in fondo forse la smetteremmo anche di opporci quasi pateticamente al suo inesorabile destino, che sembra davvero non essere altro che quello di confondersi prima o poi con l’aria, con l’ambiente e con il tempo che rap­presenta e di cui al tempo stesso fa parte.


Leonardo da VinciUltima cena

(1495-1498)

Milano – Refettorio di Santa Maria delle Grazie

Una versione di questo articolo è anche pubblicata nella raccolta “Attraverso le forme”
https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/arte-e-architettura/39600/attraverso-le-forme/

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