Umberto e me

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“Di cosa ci vuole parlare?”

“Umberto Eco, Il nome della rosa.”

Era il lontanissimo 1983, il romanzo di Eco era uscito da pochissimi anni (appena tre), e stava appena iniziando a diventare il caso letterario che tutti oggi conoscono (all’epoca i best-sellers non scoppiavano nel giro di un mese, spesso forzatamente, come ormai accade oggi).

A me toccava l’esame di maturità, Liceo Artistico. Fatti gli scritti i primi di Luglio (Tema su Leopardi e disegni di figure a carboncino per ‘Figura disegnata‘) era consuetudine portare all’orale alcune materie come preferenziali e almeno un argomento “a piacere“, come domanda di apertura.

A me venne in mente un po’ follemente di buttare tutti i programmi di storia, letteratura e arte e portare come argomento a piacere il romanzo di Eco. L’idea era mettere insieme, esattamente come lui ha fatto per tutta la vita, gli aspetti letterari, quelli storici e quelli artistici (in quel caso specifico l’arte medievale), cuciti insieme dalla lettura dei segni che era la sua materia, la sua invenzione, il suo contributo fondamentale alla cultura mondiale.

Il romanzo lo avevo letto, e mi aveva fatto impazzire.

Lo avevo letto un paio di anni prima, praticamente appena uscito e ancora semisconosciuto, per via del consiglio appassionato della nostra professoressa di Storia dell’Arte, indimenticata Rosanna Barbiellini Amidei (che molti anni dopo ringraziai nelle dediche di un mio libro con le parole “la cui principale preoccupazione non era sentirsi raccontare da noi cose che lei già sapeva, ma raccontare a noi cose che ancora non sapevamo“). Da perfetta radical-chich (avercene!) conosceva anche personalmente Umberto Eco, e ci consigliò la lettura proprio dicendo cose come “conosco l’autore, ha fatto ricerche fantastiche per scrivere il libro, ha studiato, ha viaggiato. Il romanzo è fantasioso, intelligente, profondo, appassionante, misterioso, è imperdibile!“. Purtroppo poi due anni dopo, l’anno della maturità, lei si era già ritirata dall’insegnamento e non ebbe la (discutibile) soddisfazione di vedere “in diretta” che almeno uno dei suoi studenti aveva raccolto il  suo invito fino alle estreme conseguenze. Credo però che una gratitudine così profonda e duratura (tanto da durare ancora oggi, non solo per la dritta sul romanzo di Eco ma anche e sopratutto per la passione verso l’arte che mai mi ha più abbandonato) in qualche modo le sia arrivata, o comunque mi piace pensarlo.

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Per prepararmi quindi mi misi a leggere anche altri scritti di Eco, che all’epoca aveva scritto molti articoli e saggi, ma nessun altro romanzo, ché quello ancora era il primo. Ingaggiai mia cugina Gianna, molto più grande di me e all’epoca già professoressa di Letteratura italiana, per farmi guidare nelle letture e nella conoscenza dello scrittore, ancora poco considerato come romanziere.

Arrivai infine all’orale il 4 agosto.

Nel mio liceo quell’anno si erano presentati qualcosa come un centinaio di privatisti, che fecero gli orali prima di noi. Poi la lettera estratta fu la “C“, quindi mi ritrovai a dovermi presentare all’ultimo giorno utile.

Al di là dell’estenuante attesa di un mese intero fra gli scritti e l’orale, questo arrivare buon ultimo, unito all’originalità della mia scelta, mi portò fortuna.

Accadde infatti che dopo un mese consecutivo di “Leopardi, Manzoni, Foscolo, Manzoni, Foscolo, Foscolo, Leopardi, Manzoni, Manzoni, Foscolo, Foscolo…” la Commissione d’esame ormai stremata, con probabili istinti omicidi nei confronti di Leopardi, Manzoni, Foscolo e dei loro avi almeno fino alla quarta generazione, vide arrivare il sottoscritto che alla domanda

Di cosa ci vuole parlare?

si sentì rispondere:

Umberto Eco, Il nome della rosa.

I volti si illuminarono, alcuni professori ormai dormienti si risvegliarono, la Presidente di commissione, professoressa di italiano, non riuscì a trattenere un sorriso liberatorio che le rischiarò il volto.

E fu almeno mezz’ora di brillanti discussioni su abbazie, monaci, libri antichi, simbologia, portali di cattedrali medievali e sanguinosi omicidi.

Oggi il libro di Eco fa parte dei testi scolastici, con tanto di edizioni appositamente commentate per i licei. Allora fu un’invenzione, e sono soddisfazioni che non si dimenticano.

L’esame fu trionfale: 60/60. (eh si, allora i voti erano in sessantesimi, oggi non lo so neanche più…  )

Insomma Umberto, come se non bastasse tutto il resto, ti devo anche questo.

Ciao e grazie.

Alessandro


UmbertoEco


Le fissazioni (vere) non tramontano mai. Solo nel 2019 ho finalmente visitato l’abbazia di Melk, in Austria, un posto davvero “magico”:

“In un clima mentale di grande eccitazione leggevo, affascinato, la terribile storia di Adso da Melk, e tanto me ne lasciai assorbire che quasi di getto ne stesi una traduzione, su alcuni grandi quaderni della Papéterie Jospeh Gibert, su cui è tanto piacevole scrivere se la penna è morbida. E così facendo arrivammo nei pressi di Melk, dove ancora, a picco su un’ansa del fiume, si erge il bellissimo Stift più volte restaurato nei secoli. Come il lettore avrà immaginato, nella biblioteca del monastero non trovai traccia del manoscritto di Adso.”
(Umberto Eco – Il Nome della Rosa; Introduzione: ‘Naturalmente, un manoscritto’)

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La foto “rubata” dell’anno 🙂

《Fa freddo nello scriptorium, il pollice mi duole. Lascio questa scrittura, non so per chi, non so più intorno a che cosa: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus
[Adso da Melk, Umberto Eco]

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Articoli di Linea d’orizzonte sui romanzi di Umberto Eco:

I luoghi e i nomi della rosa

Gli altri nomi della rosa

Il Tempo della rosa

“Fu allora che vidi il Pendolo…”