Hitchcock non giocava a dadi

Approfitto di uno dei più grandi registi della storia del cinema (per chi scrive è al primo posto) per parlare insieme di film, di luoghi e di viaggi. Lo faccio anche collegandomi ad alcuni concetti già esplorati parlando dei  luoghi della Provenza dipinti da Van Gogh, dove si tentava di capire quanta aderenza alla realtà ci fosse (molta) in quelle rappresentazioni apparentemente così fantasiose.

La ricerca effettuata per i luoghi dipinti dal pittore olandese la faccio anche, spesso, per i luoghi utilizzati dai grandi registi per le loro opere, e viaggiando in California, anni fa, non potei certo evitare di farlo con il maestro inglese, che in quelle zone ambientò diversi suoi capolavori, così come qualche anno dopo feci analogamente anche nella sua Londra (qui sotto, invece, un originale omaggio a Sir Alfred incontrato in Bretagna, sul lungomare di Dinard).

Tanto per non girarci intorno parto subito con il “botto”, e cioè “Gli uccelli“, film clamorosamente fuori da ogni schema e girato in un momento in cui (1960) era tecnicamente quasi impossibile da fare (ma Hitchcock naturalmente lo fece, forse proprio per questo, e il risultato lascia ancora oggi a bocca aperta), e dalla sua scena forse più famosa.

Hitchock ambientò quella scena nella “scuola di Bodega Bay”, tirandone fuori una sequenza destinata ad entrare nella storia del cinema dalla porta principale.

Impossibile descriverla tutta, ma in breve: nella cittadina dove gli uccelli hanno già iniziato a mostrare comportamenti preoccupanti, Melanie (Tippi Hedren al massimo della forma e dell’eleganza) va alla scuola per prendere la sorellina del suo nuovo amico Mitch.

Mentre attende fuori, alle sue spalle, non visti, i corvi si radunano nel giardino della scuola, sui giochi dei bambini. Quando se ne accorge, sono già centinaia. Avvisa la maestra e le due donne, con l’intera classe, tentano una sortita per scappare lungo la strada. I corvi attaccano, corsa angosciante lungo la strada, bambini colpiti e feriti, delirio di ali nere fruscianti. Nulla che si possa descrivere. Solo cinema puro.

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La “scuola” è ancora lì, e basta guardarla per rivedere tutta la scena. Ora è una casa privata, e onore a chi l’ha comprata, perché come spesso accade in America era destinata ad essere abbattuta parecchi anni fa, ma qualcuno (giustamente) inorridito all’idea è riuscito a comprarla in tempo, praticamente al solo scopo di tenerla in piedi. Gliene siamo davvero grati.

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E vista la straordinarietà del luogo, per una volta il fotografo è passato davanti all’obiettivo per farsi ritrarre con la casa-scuola de Gli Uccelli.

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Trovando poi una bellissima foto di scena dove Hitch e Tippi parlano durante una pausa delle riprese,  è venuto naturale confrontare le foto. La chiesa sullo sfondo (che nel film non compare mai) permette di assimilare i punti di vista, e il parallelo fra le foto fa risaltare una importante differenza nella posizione del sole. La facciata della scuola infatti è illuminata nella foto più recente e in ombra in quella dell’epoca. Sapendo di aver visitato e fotografato il posto di mattina, e che la facciata era orientata abbastanza decisamente verso est, questo permette di formulare una ipotesi di fondamentale importanza, e cioè che probabilmente una delle scene più famose della storia del cinema è stata girata dal maestro… di pomeriggio! (e, al di là delle battute, chi conosce Hitchcock sa che se la scena è stata girata di pomeriggio è perché doveva essere girata di pomeriggio)

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Ma restiamo in zona, e facciamo un passo avanti. Per farlo andiamo a visitare (visita effettuata sempre nello stesso viaggio in giro per la California) le ambientazioni scelte da Hitchcock per un altro dei suoi capolavori, forse il più sentito e sofferto dei suoi lucidi incubi: “Vertigo”, conosciuto da noi come “La Donna che visse due volte”, del 1958.

Ambientato a San Francisco e dintorni, il film ne rispetta scrupolosamente i luoghi sia nella localizzazione che nei tempi di narrazione. Oltre ai più famosi e conosciuti (Il Golden Gate, Lombard Street, il palazzo della Legion d’Onore al Lincoln Park) la storia ne utilizza alcuni altri, di assoluta suggestione e unicità, non solo come ambientazioni ma anche come veri e propri fulcri narrativi della vicenda.

Uno è la Mission Dolores, missione spagnola che dà anche il nome al distretto cittadino, e che se nella storia rappresenta il luogo di sepoltura della presunta antenata in cui crede di essersi reincarnata Kim Novak, nella realtà è un vero luogo storico di San Francisco, la probabile prima missione da cui fu fondata l’intera città.

Ed è davvero un posto di grande fascino.

Fra le vie e le strade tipiche della metropoli californiana, improvvisamente si fa spazio un quartiere tranquillo e quasi “di provincia” con al centro questa piccola chiesa barocca, e dietro un semplice muro si apre un piccolo cimitero che diventa una inaspettata oasi di silenzio e tranquillità. Ci si entra, si passeggia piano e si lascia andare lo squadro sulle lapidi che riportano date vecchie di più di due secoli e che risalgono alla nascita di San Francisco. E’ evidente che Hitchcock ha tenuto in gran conto non solo l’aspetto scenografico e “misterioso” del luogo, ma il suo reale significato storico.

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L’altro luogo è un’altra missione, e sta ad un centinaio di miglia a sud, fra San Francisco e Los Angeles.

È San Juan Bautista, convento spagnolo situato lungo “El Camino Real”, interminabile teoria di missioni francescane (e di campane sante) che si snoda in un percorso continuo di quasi mille chilometri da San Francisco fino al confine con il Messico. Qui Hitch fa esplodere la sua storia, il rapporto fra i protagonisti e il dramma centrale di tutto il suo cupo e magnifico film, e qui ritorna nel finale per il clamoroso e raggelante epilogo. Per farlo effettua una sola manipolazione, ricreando un campanile che non c’è più (ma del quale testimonianze storiche anche fotografiche ne confermano la precedente esistenza, anche se in forma un po’ diversa da quella poi immaginata dal regista per le esigenze narrative evidenti a tutti coloro che conoscono il film).

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Per il resto il luogo, isolato e magico, letteralmente fuori dal tempo, si presenta oggi come era al tempo in cui sir Alfred vi piazzò la cinepresa, e probabilmente come era anche cento e poi duecento anni prima. E Hitch mantiene realismo e precisione quasi documentaristiche anche nel far viaggiare l’auto dei protagonisti sulla strada alberata che porta alla missione, e perfino nell’inquadrare l’incrocio dove si lascia la strada principale per entrare nel paesino spagnolo.

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Il pensiero che mi fa legare queste visite, e queste scoperte, al discorso fatto già per Van Gogh è il seguente: come Van Gogh al massimo della sua espressione creativa e immaginifica rappresentò paesaggi rispettandone in modo quasi sorprendente proporzioni e prospettive, così Alfred Hitchcock al punto più alto della sua carriera, anche lui al massimo della sua espressione creativa e potendosi permettere qualunque fantasia e qualunque libertà, utilizzò luoghi reali e li raccontò rispettandone totalmente l’ubicazione, la topografia e il significato storico.

Per chi conosce a memoria il film (ogni riferimento a chi scrive è puramente casuale) cercando e visitando quei luoghi si scopre addirittura che perfino i tempi di percorrenza e le distanze fra un posto e l’altro sono rispettati dal maestro del cinema in modo talmente rigoroso da contribuire a dare alla narrazione quel ritmo apparentemente più lento e più riflessivo che è anche uno dei tratti che distinguono quel film da molti suoi altri capolavori.

Ma la “non casualità” di questi aspetti in qualche modo “realistici” dei suoi ultimi capolavori la si può ulteriormente dimostrare spostandosi in Inghilterra.

In uno degli ultimi ruggiti della sua strabiliante carriera, nel 1972 Hitchcock tornò nella sua Londra e piazzò la cinepresa nel bel mezzo di Covent Garden, quando era ancora il principale mercato di frutta e verdura della capitale inglese.

Il mercato sarebbe stato smantellato di lì a pochi anni, e in molti considerano Frenzy non solo uno dei tanti capolavori del maestro (Hitch ci precipita stavolta in un vortice di violenza e sesso, facendoci seguire un antipatico innocente che si dibatte come una mosca nella tela di un ragno intessuta da un simpatico assassino psicopatico che strangola giovani donne) ma anche uno straordinario documentario sul quartiere prima della sua definitiva trasformazione.

Ciò che interessa noi cercatori di location però, è che qui Hitch utilizza il mercato, i suoi dintorni, e in particolare una casa che affaccia proprio sulla piazza del mercato. È la casa dell’assassino (che lui ci fa conoscere dopo appena dieci minuti di film). Si trova proprio di fronte a Covent Garden (dove l’assassino lavora). E diventa il luogo dove viene commesso uno degli omicidi.

Ed è proprio la casa, e solo quella, che il regista decide di farci vedere mentre accade l’orrido e l’irreparabile. Segue per le scale assassino e vittima fino al primo piano della tipica casa londinese (assai simile a quella di Baker Street, per intenderci), ce li fa vedere mentre entrano nell’appartamento, e da quel momento in poi indietreggia, scende le scale e se ne va in retromarcia verso l’uscita mentre cala il silenzio. E continua, esce dal portone e a quel punto irrompono i rumori della strada e del mercato, si vede la gente che cammina, passeggia, lavora. Continua ad allontanarsi e ormai vediamo anche la finestra del primo piano, dietro la quale sappiamo che si sta consumando un orrore. Ma non vediamo e non sentiamo nulla se non i rumori della strada, che coprono e copriranno anche le urla della sfortunata vittima, se mai riuscirà ad urlare. La scena è magnifica, carrellata all’indietro di assoluto virtuosismo e rigore espressivo senza pari.

E la casa è sempre lì, ripulita e restaurata, ma ben riconoscibile.

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Fra i tanti motivi di interesse del film, c’è che non solo il mercato di Covent Garden è il suo centro fisico, ma lo è ancora concettuale, perché tutta la narrazione segue il cibo. Frutta, verdura, patate (in una scena memorabile), immangiabili manicaretti da Nouvelle Cuisine cucinati dalla moglie del commissario, gustosi panini col prosciutto in autogrill frequentati dai camionisti. E naturalmente i pub inglesi. In uno di questi lavora la ragazza della scena di cui sopra. E proprio nella sequenza immediatamente precedente a quella che abbiamo descritto, l’assassino la “aggancia” proprio all’uscita del locale, dal quale è stata appena licenziata, e la convince ad ospitarla a casa sua. Quindi la camera li segue in una lunga carrellata all’indietro mentre a piedi vanno dal pub alla casa dove si consumerà il delitto, attraversando proprio il mercato.

Ebbene, abbiamo trovato anche il pub (peraltro identico a come appare nel film) e constatato come il percorso che fanno i due personaggi sia esattamente quello reale così come la durata di tutta la scena è sostanzialmente coincidente con il tempo che ci si impiega ad andare a piedi a passo sostenuto dal pub alla casa di Henrietta Street.

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Insomma, senza azzardare spiegazioni che facilmente risulterebbero arbitrarie, ci è sembrato interessante  constatare come Hitchcock (e per questo lo associamo al discorso fatto per Van Gogh), per sua stessa ammissione “poco fautore della verosimiglianza nei film”, nel momento in cui la sua produzione artistica era più libera da costrizioni e vincoli (così come il pittore non aveva nessuno a contestare ciò che decideva di mettere o non mettere su tela, così il regista era all’apice del suo successo e nessun produttore né sceneggiatore avrebbe mai potuto imporre, né contestare, qualunque scelta avesse deciso di fare), scelse la disciplina e il rispetto attento e rigoroso della realtà che lo circondava e che aveva deciso di raccontare.




Qualche gioco fra le mie foto e le riprese e quelle del maestro:


Qui l’intera sequenza di Frenzy:


Alcune parti di questo reportage sono già state pubblicate in altre versioni su:

http://lakasaimperfetta.blogspot.it/p/hitchockambiento-nella-scuola-di-bodega.html

http://www.lakasaimperfetta.com/2014/10/la-casa-dellassassino-sir-alfred-covent.html

http://www.lakasaimperfetta.com/2015/11/e-non-giocava-dadi-neanche-hitch.html

5 pensieri riguardo “Hitchcock non giocava a dadi

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