“…mai più un altro eguale…”

A seguito della nuova “fiction” televisiva dedicata a Leonardo da Vinci (Leonardo – Serie TV 2021), che già si è dimostrata ampiamente fantasiosa sul piano storico ma direi anche sul piano prettamente narrativo, mi è venuto inevitabile ripubblicare per lasciare agli archivi questa mia estemporanea recensione riguardo ad un precedente prodotto televisivo dedicato allo stesso personaggio, che io giudico “leggermente” più riuscito.


È uno sceneggiato televisivo di ben cinquanta anni fa, quando si chiamavano, appunto, sceneggiati, che è un bel nome significativo, e non fiction, che invece è un nome inutilmente generico e significa poco.

Vita di Leonardo da Vinci, 1971, di Renato Castellani, con Philippe Leroy nella parte del genio di Vinci.

Ne scrivevo nel 2001 perché, memore della meraviglia a puntate vissuta da bambino, avevo cercato e finalmente trovato una magnifica versione in DVD, restaurata e di qualità eccellente, e ripeto le stesse cose oggi, nel 2021, perché nonostante questo illustre precedente gli autori della nuova narrazione sulla vita del genio rinascimentale sembrano aver voluto totalmente dimenticarlo, mostrando così, mi permetto di dire, di non voler imparare.

Alla prima messa in onda io avevo 6 anni, e probabilmente non lo vidi. Ma il film, nonostante la Rai all’epoca trasmettesse ancora in bianco e nero, con giusta e corretta lungimiranza fu realizzato a colori. Per questo quando partirono ufficialmente le trasmissioni a colori, nel 1977, lo sceneggiato venne ritrasmesso proprio per permettere al pubblico di vederlo “colorato” (con una fotografia magnifica, tra l’altro). A quel punto avevo 12 anni, e lo vidi tutto (ma sempre in bianco e nero, che ancora la tv a colori non la avevamo), senza perdermene una puntata. Nel 2001, senza averlo più rivisto, lo ricordavo ancora perfettamente, ed ero ancora convinto di ricordarlo come un capolavoro essenzialmente perché mi aveva molto colpito da bambino.

Errore.

Era esattamente il contrario: mi aveva molto colpito da bambino perché è un capolavoro.

Inevitabile la prima, desolante constatazione: fra questo e la migliore “fiction” attuale c’è un abisso. Un abisso di attenzione, di accuratezza, di rigore storico, di originalità, di trovate narrative.

La celeberrima invenzione del narratore (Giulio Bosetti), che in giacca e cravatta entra in scena e commenta, legge le testimonianze storiche, attenua o esalta, interagisce con gli oggetti e perfino con alcune comparse, è davvero un colpo di genio degno del personaggio che racconta, e permette alla sceneggiatura di essere sempre rigorosa senza cedere mai alla noia storiografica, di essere spettacolare senza mai tradire la verità storica.

Così, ad esempio, la morte di Leonardo fra le braccia di Francesco I, il re dei pittori che muore fra le braccia di un Re, viene rappresentata in tutta la sua spettacolarità drammatica addirittura riproducendo la composizione del famoso quadro di Ingres, per poi, solo dopo averci fatto emozionare come si conviene, rettificare con la dovuta correttezza che si tratta di un episodio leggendario e non autentico.

Allo stesso modo per la “festa del paradiso” allestita per Lodovico il Moro ci viene offerta tutta la ricostruzione spettacolare della rappresentazione, e solo al termine il narratore con una educazione quasi commovente ci dice “nulla purtroppo ci è rimasto dei disegni e dei progetti di Leonardo per queste macchine sceniche, e questa ricostruzione si basa sulle meravigliate testimonianze dell’epoca. Dell’inevitabile arbitrio della nostra ricostruzione vi chiediamo perdono”.

Lo sceneggiato riesce così, con una infinità di trovate narrative, a raccontarci cose altrimenti irraccontabili dando loro un senso, spiegandocene le ragioni umane e storiche e al tempo stesso caricandole di emozione. Il lavoro immenso e intimissimo del Cenacolo, il significato profondo e personale della sperimentazione e dell’incompiutezza della maggior parte dei suoi lavori, la commozione di Raffaello alla vista della Gioconda, l’immane disastro dell’affresco per la Battaglia di Anghiari, l’entusiasmo provocato in lui dalle incredibili intuizioni e la malinconia provocata dal vedere frustrate le sue ambizioni per motivi banalmente pratici, guerre, burocrazia, mancanza di una tecnologia adeguata alla sua mente.

In questa partecipata e al tempo stesso rigorosa ricostruzione di un personaggio grandissimo ma anche difficile e controverso, una citazione obbligatoria va alla straordinaria interpretazione di Philippe Leroy, Leonardo perfetto e insostituibile. Impossibile da allora immaginare qualcun altro in quei panni. E ci sono anche altre notevoli interpretazioni, soprattutto uno scoppiettante Giampiero Albertini nella parte di Lodovico il Moro, tanto rozzo e istintivo quanto inevitabilmente affascinato dalla grandezza delle arti del maestro.

Sceneggiatura di valore e quasi impeccabile, e in alcuni momenti anche di notevole sottigliezza, tanto che anche la sospettata ma mai definitivamente accertata omosessualità del genio è trattata in modo che non sia mai esplicitata direttamente, com’era ovvio visti i tempi e la destinazione televisiva, ma facendo comunque in modo che i fatti, i rapporti e le situazioni la suggeriscano, tanto da instillare un autonomo dubbio anche in chi non ne avesse mai sentito parlare.

E collaborazioni sempre del massimo livello allora disponibile. Tanto per dirne qualcuna, dai miei studi artistici del liceo ho riconosciuto parola per parola un commento al cenacolo tratto dal libro di testo di Giulio Carlo Argan, e poi Roman Vlad che compose la colonna sonora in stile rinascimentale musicando le parole dello stesso Leonardo, riascoltabili anche sui titoli di coda cantate da Ornella Vanoni (“Movesi l’amante per la cosa amata, se la cosa amata è vile l’amante si fa vile. Quando l’amante è giunto all’amata, là si riposa”)

E ancora, meraviglie di costumi, scenografie e ricostruzioni, perché sarà pure uno sceneggiato, perfino pedagogico, ma di kolossal si tratta. Ambienti, strade, mobili e vestiti del ‘400 e del ‘500. Macchine interamente ricostruite da artigiani del legno, e interi affreschi ricreati da veri artigiani del pennello. All’epoca, evidentemente, si potevano spendere, e si spendevano, anche tanti soldi anche per uno sceneggiato “culturale”, e ho idea che il termine non suonasse come una parolaccia.

Insomma è così che, arrivati in fondo alla visione (che personalmente consiglio a puntate, perché pensata a puntate e perché così fu trasmessa, con la possibilità, in dvd, di dividerci le puntate secondo il nostro gusto), dopo quasi cinque ore di pensieri, di storia, di immagini sublimi, di tormenti, di ricerche, di intuizioni, di vittorie e sconfitte, di continui viaggi in luoghi geografici e mentali, si può arrivare alla lettura dell’annuncio della morte dato dal suo allievo Francesco Melzi, sentendolo finalmente risuonare con tutta la sua giusta retorica come un qualcosa non di forzato né di adulatorio, ma come una semplice e quasi banale verità:

“…un omo sì grande che non v’è concesso a la Natura crearne mai più un altro eguale…”

Vita di Leonardo da Vinci, regia e sceneggiatura di R. Castellani

con P. Leroy, G. Bosetti, G. Albertini, O. Piccolo

co-produzione Rai/ORTF/TVE2 DVD

(in TV è stato trasmesso nei mesi di ottobre-novembre 1971 sull’allora Programma Nazionale)


La prima versione di questo articolo era stata pubblicata sul sito Parolae.it

6 pensieri riguardo ““…mai più un altro eguale…”

  1. Bellissimo articolo, ho rivisto proprio di recente questo grande sceneggiato su Raiplay come scrivevo nel mio post. 🙂 Sono d’accordo su tutta linea con quanto scrivi, la qualità degli sceneggiati degli anni ’70 è indiscutibile: oggi si spendono un sacco di soldi ma manca il rigore filologico e si dà in pasto al pubblico qualsiasi cosa variando gli eventi a proprio piacimento, cambiando ambientazioni, età o inserendo fatti inverosimili e linguaggio troppo contemporaneo. Il problema è che un tempo si poteva essere tranquilli guardando questi prodotti e imparando qualcosa, oggi no.
    Eccezionali i passaggi tratti dalle testimonianze, incartamenti, scritti, ambientazioni, costumi, linguaggio, capacità recitative di altissimo livello a partire da Philippe Leroy, diviso tra malinconia, esigenze di assecondare i palati dei signori presso cui era a servizio, inquietudini e introversione. Fantastiche le foto che hai inserito, io avevo trovato soltanto quella di Leonardo che dà le pennellate al quadro… magnifica quella dell’affresco con la battaglia di Anghiari! Grazie.

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