C’era una volta Flagstone… e SweetWater

Chi legge i miei articoli, e chi mi conosce, sa della mia insana passione per le location cinematografiche. Quando sono in viaggio, dovunque mi trovi, non perdo mai occasione di visitare, se ce ne sono, luoghi dove sono stati girati film o scene famose. L’ho fatto negli Stati Uniti e a Londra, sulle tracce del maestro Alfred Hitchcock, in Italia in svariati luoghi a volte inaspettati (per Novecento di Bertolucci, per La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati, per Profondo rosso di Dario Argento e molti altri), e in altri posti del mondo. Come credo di aver già detto in altre occasioni, la ricerca nasce non soltanto da una fissazione (che esiste) e da una passione sconfinata per il cinema (che esiste anch’essa) ma anche dalla ricorrente constatazione che quasi sempre si tratta di posti notevoli, a volte unici, con caratteristiche del tutto particolari dal punto di vista storico, paesaggistico, fotografico. Non è ovviamente un caso: quando un regista (ancor più se è un grande regista) sceglie un luogo dove ambientare una sua storia o anche una sua singola scena, difficilmente lo fa in modo casuale o scegliendo posti anonimi o privi di una qualche particolarità interessante.

Questa volta, al mio ennesimo viaggio in Spagna, mi sono deciso a visitare anche la zona di Almeria, nel sud-est dell’Andalusia, che ancora mi mancava. E, come tutti i cinefili sanno, e in particolare gli ammiratori di Sergio Leone (da me già omaggiato qui e qui), è in quelle zone che il grande regista romano ha costruito il suo personalissimo West, reinventando l’America nei deserti spagnoli, e modificando per sempre la percezione stessa del West e dei suoi personaggi e, incidentalmente, la storia del cinema.

I luoghi sarebbero moltissimi. In quelle zone è nata anche una sorta di Universal studios europeo dedicata al west, chiamata proprio MiniHollywood, e messa in piedi sull’originario set della cittadina western costruita da Leone per Il buono, il brutto, il cattivo e poi, come spesso accadeva, riutilizzata per molti altri film.

Ma per ora (e per non costringere i miei compagni di viaggio a ricerche improbabili in luoghi ancora oggi non proprio comodissimi da visitare) mi sono limitato alle location di un film in particolare, quel C’era una volta il West (1968) che rappresenta il vero addio di Sergio Leone al genere che lo ha portato al successo e contemporaneamente l’addio (come dice lo stesso titolo) ad un certo tipo di film e di personaggi, la narrazione epica e simbolica del tramonto di un’era e della nascita della nuova nazione americana come la conosciamo oggi.

Due luoghi in particolare attiravano la mia curiosità: Flagstone, nome assegnato dalla sceneggiatura alla cittadina con la stazione dove Jill (Claudia Cardinale al massimo dello splendore) arriva, scende dal treno, non trova nessuno ad attenderla e si incammina per la città a prendere un carro che la porterà alla sua destinazione (in una delle più belle scene di tutta la storia del cinema) e dove poi si svolgono alcune altre scene del film, e naturalmente SweetWater (la sua destinazione), la casa nel deserto costruita sul terreno che Brett McBain (Frank Wolff) aveva comprato per farci sorgere un’altra città, essendo posizionata sull’unica sorgente di acqua di tutta la zona, e quindi passaggio obbligato per la ferrovia che stava avanzando nel deserto per raggiungere l’oceano pacifico.

Diciamo subito che il luogo che mi ha più emozionato è stato proprio Flagstone, dove non è rimasto praticamente nulla del gigantesco set messo in piedi più di 50 anni fa da Leone (e forse è proprio questo aspetto ad avermi emozionato). La prima cosa che balza agli occhi è quanto il cinema di Sergio Leone fosse materico, fatto di cose concrete e tangibili. Non venivano messe in piedi soltanto scenografie o facciate di cartapesta come normalmente si è abituati a pensare per i set cinematografici. No. Venivano tirate su costruzioni vere e proprie, alcune in legno e altre in mattoni, con fondamenta e tutto il resto, con più piani abitabili, e alcune di quelle in pietra e mattoni infatti sono ancora in piedi. Ma non bastava questo. Veniva costruito un intero tratto di ferrovia funzionante e poi ci veniva portata una vera locomotiva con un intero treno, e accanto a qualche capannone o edificio esistente venivano costruiti altri interi palazzi. In una parola, una città intera, nel vero senso della parola, ma non solo visivamente verosimile, effettivamente reale e funzionante.

L’altro aspetto che si intuisce subito è quanto fosse importante per Leone avere non soltanto degli scorci verosimili, ma un intero paesaggio a disposizione. Lui doveva poter inquadrare da qualsiasi punto volesse non soltanto un binario, o una capanna, o una strada polverosa, ma anche il paesaggio circostante per chilometri e chilometri, montagne, pianure, orizzonti.

Per questo il luogo che fu Flagstone ancora oggi è un luogo in mezzo al nulla. Ed è fantastico.

La ferrovia c’era, e c’è ancora, con uno scalo probabilmente merci sul quale venne costruita una intera stazione con le diverse zone per la discesa passeggeri, lo scarico dei bagagli, delle merci e del bestiame.

C’è da dire che ci vuole una certa immaginazione e una conoscenza discretamente maniacale delle singole scene del film per riconoscere il luogo e i diversi punti dove sono state girate alcune scene, ma sono cose che certo a chi scrive non mancano.

Nel fotografare il posto (e gli altri set che poi sono andato a visitare) non ho però cercato di riprodurre in modo preciso le inquadrature del film (come invece ho fatto in altre occasioni). Questo per più di un motivo. Uno è che c’è già chi lo fa in modo egregio e pressoché perfetto: Alberto Gamba, creatore e amministratore di una straordinaria pagina facebook chiamata Sergio Leone Film Location, che colgo anche l’occasione per ringraziare visto quante informazioni preziose fornisce proprio per gli appassionati del genere. Un altro motivo è che, non viaggiando solitamente da solo, costringere i miei compagni di viaggio, per quanto interessati alla materia, a lunghe ricerche del preciso punto di vista e dell’esatta inquadratura di una determinata scena mi sembrerebbe davvero una cattiveria. Infine c’è la mia indole fotografica che spesso prende il sopravvento: in quei luoghi, per me così affascinanti, mi piace spesso cercare inquadrature e punti di vista che mi interessino fotograficamente, a prescindere dalla singola scena del singolo film. Quello che poi, in solitaria, mi diverte molto fare è mettere mano al materiale una volta tornato a casa e ritrovare alcune scene e alcune inquadrature negli scatti o in alcune porzioni di essi. Un altro gioco forse non meno manicale.

Ecco che allora anche solo ritrovare nelle foto il tetto curvo di un capannone che è ancora lì e che è ben visibile in molte scene del film (identificabile anche in un altra scena di stazione e treno, stavolta ne Il buono, il brutto, il cattivo), oppure guardare la strada (ora asfaltata, all’epoca ovviamente sterrata) verso cui si allontanano con il carretto Jill e Sam (Paolo Stoppa), anche se oggi la sua linea d’orizzonte è interrotta da un parco eolico, e pensare come la magia del montaggio li faccia passare in una frazione di secondo da quel luogo sperduto nel deserto spagnolo alla Monument Valley resa cinematograficamente famosa da John Ford (naturalmente visitata e omaggiata a suo tempo), fa davvero un grande effetto, credo anche ai meno fissati.

Oltre a ciò, l’altra cosa che davvero fa impressione è l’enormità dello spazio allora occupato dal set e, nel rivedere le scene del film, quanto quel formidabile gruppo di artigiani e di artisti sia stato capace di costruire letteralmente città intere. E di animarle davanti alla cinepresa come città vere, piene di gente indaffarata, mobile, vivace, reale. Sergio Leone e i registi di quel livello (e di quella generazione) per prima cosa ricreavano mondi interi nella loro testa, poi dal nulla li costruivano davvero, li popolavano, gli davano vita, e solo poi si mettevano dietro ad una macchina da presa per riprenderli.

L’altro luogo, Sweetwater, ha ancora altre particolarità. Si trova in zona Tabernas, ed è davvero in mezzo ad un deserto che dal punto di vista paesaggistico è straordinariamente simile ad alcuni scorci della Death Valley, di Lone Pine e di altre zone della California e dell’Arizona (ed è a tutti gli effetti l’unico vero “deserto” in Europa). Lì è rimasta una parte del set e altre costruzioni più o meno ad uso prima cinematografico e poi turistico, e il luogo ora si chiama Western Leone, si paga un biglietto per entrare e si assiste anche a simpatici spettacolini (un po’ cialtroneschi, ma ci sta) messi in scena da figuranti che all’epoca hanno partecipato come comparse a più di un western spaghetti. La cosa particolare di questo luogo è che anche narrativamente ha praticamente avuto lo sviluppo che la storia del film aveva inventato per lui. C’era una volta il West infatti, come detto, racconta della nascita di una nuova città intorno ad una fattoria nel deserto che ha la preziosa caratteristica di avere una sorgente di acqua fresca nel suo terreno. Tutte le storie, le morti, i duelli, le stragi e gli intrighi della storia ruotano intorno al possesso di questo fazzoletto di deserto (Dice Paolo Stoppa all’inizio del film “…McBain!!! ma certo! Quel testone rosso di irlandese, quello che coltiva la sabbia in mezzo al niente! Sweetwater!! eheh… solo un matto come lui poteva battezzare “dolceacqua” quel pezzaccio di deserto rosso… ahahaha.. Sweetwater!!!!“). All’inizio del film lo vediamo letteralmente per quello che era: un pezzo di deserto polveroso dove sorge una unica casa, il ranch del “rosso irlandese”. Ma nel corso del film, mano mano che le vicende degli altri personaggi si intrecciano in un balletto epico di vita e di morte, vediamo crescergli intorno altre costruzioni, via via più definite, fino alle scene finali del film dove, seppur ancora in costruzione, è già una città, e a suggellarne la nascita definitiva arriva la linea ferroviaria e la locomotiva. Quello che vediamo quindi recandoci lì, anche oggi, è esattamente una piccola cittadina del west (seppur con tutti gli aspetti posticci di un luogo destinato solo al cinema o al turismo) che però è nata proprio dalla fantasia di Sergio Leone, che ne ha costruito i primi edifici per il suo film, alcuni dei quali sono ancora lì sostanzialmente identici (primo fra tutti, naturalmente, proprio la fattoria McBain, che seppure oggi trasformata nel Saloon posticcio del villaggio, ha ancora la stessa struttura e lo stesso aspetto).

Rispetto a Flagstone, Sweetwater offre quindi un effetto ancora diverso. Si ha davvero la sensazione di muoversi dentro le scene di un film, e in alcuni momenti proprio dentro le scene di quel film. Per me, più di tutti gli angolini più o meno pittoreschi, alcuni davvero notevoli, la sensazione l’ha data andare a scovare, sul retro della casa principale, lo spiazzo sterrato (ancora grosso modo in quello stato) dove nelle scene finali Armonica (Charles Bronson) e Frank (Henry Fonda) si sfidano in quello che letteralmente simboleggia “l’ultimo duello del west“. In quell’apparentemente anonimo angolino polveroso e pieno di cespugli (a tutt’oggi poco considerato tanto che si capisce come venga spesso utilizzato come deposito di materiali) è facile rivedere proprio quella interminabile e indimenticabile scena dove il più cattivo dei cattivi, impersonato (per favolosa intuizione di Leone) dal più buono degli attori americani dell’epoca, e il vendicatore senza nome, che attraversa il film con la sua armonica donandogli mistero e al contempo la sua stessa magnifica colonna sonora (naturalmente del maestro Morricone), si affrontano per l’ultima sfida destinata a svelare la storia, le motivazioni e il destino di entrambi (“Il futuro non riguarda più noi due. Io non sono qui né per la terra, né per il denaro, né per la donna. Sono qui solamente per te. Perché so che ora tu mi dirai che cosa cerchi da me” “Rischi di non saperlo mai” “Lo so”). In quel caso è proprio la mancanza di altri riferimenti (lo spazio vuoto, l’arena onnipresente nelle scene madri dei film di Leone) a renderlo uno spazio unico, ed emozionante lo starci dentro. Sono i profili delle montagne intorno, qualche scorcio del retro della casa, il tipo di vegetazione a renderlo riconoscibile, e rendere anche facile immaginarsi i due personaggi che insieme a noi vi si muovono dentro, lenti, solenni, al tempo con le melodie immortali dell’altro genio romano che le componeva (e che del resto ci risuonano nelle orecchie anche perché diffuse di continuo dagli altoparlanti della piccola Disneyland che Leone ha incidentalmente regalato con le sue opere a questo angolo altrimenti dimenticato di Spagna).


Nel girovagare ci siamo concessi anche un’altra piccola tappa, stavolta dedicata ad un film precedente. Si tratta di “Per qualche dollaro in più“, secondo gioiello western di Leone dove Clint Eastwood, nella parte dell’eterno straniero senza nome (qui soprannominato il monco perché fa tutto con la sinistra, e con la destra spara soltanto) viene affiancato da un impareggiabile Lee Van Cleef (il colonnello Mortimer) nella lotta contro la banda del cattivissimo Gian Maria Volontè (per la seconda volta il cattivo, stavolta chiamato El Indio). Le scene finali sono state girate in un minuscolo paesino non lontano da Tabernas, ma più vicino alla costa, ed oggi tragicamente circondato dalla invadente mostruosità delle serre ortofrutticole che negli ultimi trent’anni hanno devastato gran parte di quei paesaggi così particolari (ai tempi di Leone naturalmente non ce ne era traccia). Il paesino si chiama Los Albaricoques (gli albicocchi), e, oltre a mantenere la memoria di ciò che lo ha reso diverso dagli altri con i nomi delle stradine intitolati agli eroi di quel film (Calle Lee Van Cleef, Calle Clint Eastwood) mantiene in buono stato, appositamente risistemato e ben segnalato il luogo di un altro mitico duello finale, quello nel quale il Colonnello e l’Indio si affrontano al suono del Carillon, con l’intervento a sorpresa del terzo incomodo (Clint, il monco) che resetta la sfida inizialmente impari per ovvia scorrettezza dell’Indio, rendendola di nuovo “alla pari” e tenendone sotto controllo lo svolgimento nell’insolito ruolo di arbitro (o deus ex machina come da tragedia greca che si rispetti): “Colonnello, prova con questa… Indio, tu il gioco lo conosci…”


Come appendice, c’è da segnalare che talmente ormai miticamente legati al cinema sono quei luoghi, che il cinema periodicamente ci torna. Ad esempio, proprio la costa mediterranea vicina a Los Albaricquoes ospita un parco nazionale di rara bellezza con delle meravigliose spiagge e altrettanto meravigliose scogliere, il Parque Nacional de Cabo de Gata. Ebbene, proprio in una di quelle spiagge si son trovati nel 1989 Steven Spielberg, Harrison Ford e Sean Connery (e scusate se è poco) per girare alcune scene di Indiana Jones e l’ultima crociata, in questo caso reinventando nella stessa Almeria a suo tempo scoperta e usata da Leone una imprecisata zona della Giordania dove, in riva al mare, l’avventuroso archeologo e il suo padre professore affrontano un caccia che li insegue (e Connery si esibirà nel suo colpo di genio facendogli volare addosso uno stormo di gabbiani).

I posti sono meravigliosi, e non sorprende che siano stati scelti da registi di questo calibro, ma sono abbastanza convinto che andare a girare in Almeria non sia stato per Spielberg soltanto una scelta scenografica e produttiva, ma che vi si nascondesse anche un pezzo della sua anima cinefila. Me ne sono convinto definitivamente proprio poco dopo questo viaggio, andando al cinema a vedere il bel documentario di Francesco Zippel: “Sergio Leone, l’Italiano che inventò l’America“, dove fra i vari importanti personaggi interpellati sull’importanza e le peculiarità del regista trasteverino, proprio Spielberg si mostra come un vero appassionato ammiratore, parlandone non solo con competenza (e ti credo) ma anche con autentica emozione e sconfinata ammirazione. Dice anche a un certo punto: “Nessuno ha mai raccontato le storie come riusciva a farlo Sergio Leone, e non credo che nessun altro regista ci riuscirà più“.

E se lo dice Spielberg…




C’era una volta il west
Regia di Sergio Leone
Con Claudia Cardinale, Henry Fonda, Charles Bronson, Jason Robards, Gabriele Ferzetti, Frank Wolff, Paolo Stopp
a
1968

Per qualche dollaro in più
Regia di Sergio Leone
Con Clint Eastwood, Lee Van Cleef, Gian Maria Volontè

1965

Il buono, il brutto, il cattivo
Regia di Sergio Leone
Con Clint Eastwood, Eli Wallace, Lee Van Cleef

1966

Indiana Jones e l’ultima crociata
Regia di Steven Spielberg
Con Harrison Ford, Sean Connery

1989
———————————————–
Coordinate:
Flagstone – La Calahorra: 37.254891463794095, -3.0282219095863474
Sweetwater – Tabernas – Western Leone: 37.03252183861015, -2.445907699590154
Agua Caliente – Duello carillon- Les Albaricoques: 36.85059456639994, -2.123433948660195
Playa de Mònsul – Indiana Jones e l’ultima crociata: 36.73140127538002, -2.1468851141287675


3 pensieri riguardo “C’era una volta Flagstone… e SweetWater

  1. In questo magnifico post scopro tanti particolari da me totalmente ignorati, vien voglia di rivedere tante produzioni, guardarle con occhio attento. Da cinefilo, Alessandro, ti sei superato, un reportage prezioso. Vorrei mostrarlo nella mia terza, ragazzi più grandicelli (fra i 13 e i 14 anni) ai quali non faccio che ripetere di recuperare, magari assieme ai loro papà, tanta parte di questo cinema totalmente ignorato dalle ultime generazioni.
    Vedere concretamente quei luoghi, camminarci dentro, immagino l’emozione e anche l’attenzione di andare a cercare, doviziosamente, dettagli rivelatori.
    Sì, il cinema di Leone ha qualcosa di lirico. Riguardando la scena dell’arrivo di Jill in stazione e quello che accade dopo ho pensato che il fine del regista non fosse quello di accostarsi a un certo realismo, quanto di rappresentare un’epopea spettacolare, rendendo la sua “traduzione” spettacolare anch’essa. Una volta Morricone disse che prima guardava ogni sequenza e poi su quella componeva, e allora il respiro largo della sua musica si accorda perfettamente alle inquadrature dall’alto (la notissima “dolly”) e nei diversi campi lunghi – carissimi a Leone ma anche inevitabili in film di questo genere. Dicevo che non si accosta a un certo realismo perché l’ho trovato pienamente nel revival western di Eastwood, all’inizio degli anni Novanta. I denti bianchissimi di Paolo Stoppa e la voce flautata di Cardinale/Jill, un po’ “falsata” da Rita Savagnone, quando probabilmente la Cardinale sarebbe riuscita con la sua stessa voce a rendere più credibile il suo personaggio, ecc. Ma poi dimentichi, perché la spettacolarizzazione di questa epopea ha qualcosa di ipnotico, perfetto.
    Ho scritto di getto, spero che queste elucubrazioni da profana si capiscano. Complimentoni!!

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    1. Ti dirò di più. La fusione fra musica e immagini che riuscivano ad ottenere Leone e Morricone era non solo dovuta al lavoro che facevano insieme su ogni scena e ogni personaggio, ma anche al fatto che Leone aveva già chiaro in testa il film che avrebbe fatto, scena per scena. Era in grado di raccontarlo per tre ore a chiunque, e da “il buono il brutto il cattivo” in poi faceva così anche con Morricone, cosicchè Morricone scriveva le musiche prima ancora che iniziassero a girare, e con delle registrazioni ancora non orchestrate del tutto ma comunque ben comprensibili Leone andava a girare sul set già con la musica. Non solo raccontava che diversi attori si sentivano aiutati ad entrare nel personaggio se veniva suonata la musica (che spesso era proprio associata ai singoli personaggi) prima di girare le scene, ma in casi come quello di quel magnifico dolly sul tetto della stazione, Leone fece in modo di sincronizzare il movimento della gru proprio sulle note, in modo che il risultato fosse perfetto. Ed è una scena che mi accelera i battiti anche alla duecentesima volta che la guardo.

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    2. “recuperare, magari assieme ai loro papà, tanta parte di questo cinema totalmente ignorato dalle ultime generazioni.” … io con mio figlio ce l’ho fatta 🙂 (e gli piacciono…)

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