Intervista sulla fotografia

Pubblico qui una intervista che Luana Petrucci, straordinaria scrittrice, regista e attrice teatrale, appassionata e competente amante delle arti (qui il suo blog “Io, la letteratura e Chaplin“), mi ha voluto fare per indagare, da par suo, sulla mia passione per la fotografia. Alle sue poche domande, precise e mirate, ho come di consueto risposto con fiumi di parole.

Quando è nata in te la passione per la fotografia?

Molto presto. Merito (o colpa) di mio padre. A lui piaceva molto e scattava molte foto, anche se all’epoca si era più parsimoniosi con gli scatti. Quindi ero abituato a vedere foto e attrezzature per casa, e a guardare lui quando le faceva. Ricordo che il mio primo rullino lo scattai a 13-14 anni, andando un giorno da solo al giardino zoologico di Roma (uno dei miei luoghi del cuore, fra l’altro), che oggi si chiama Bioparco. Ventiquattro pose in bianco e nero caricate dentro una Voigtländer, piccola macchina addirittura con l’obiettivo che si estraeva a soffietto. E naturalmente non reflex, ossia con il mirino separato dall’obiettivo. In pratica non solo non si poteva vedere nel mirino quello che avrebbe esattamente inquadrato l’obiettivo, ma la messa a fuoco era totalmente “a occhio”. Dovevi valutare la distanza, tipo “mah… saranno quattro-cinque metri” e impostare l’obiettivo di conseguenza, poi scattavi. Insomma i risultati spesso erano una sorpresa. Ricordo che in quel rullino, nonostante molti errori, c’erano almeno tre o quattro foto venute bene, e la sensazione che mi diedero credo sia quella che in fondo mi ha portato fino ad oggi. Ricordo anche che mio padre criticò aspramente alcune foto venute male (soprattutto quelle sfocate), e nonostante le attenuanti che poteva avere un bambino al suo primo tentativo fotografico non ebbe molta clemenza. Ci rimasi male, ovviamente, ma oggi gliene sono grato. Anzi direi che l’ho apprezzato già dopo poco tempo, perché da quel momento ho compreso che se non sei o non ti senti in condizione di metterci la giusta attenzione è meglio non scattare.

Qual è lo scatto a cui sei più affezionato in assoluto?

Sono certo che tu mi fai questa domanda sapendo benissimo che non potrò mai rispondere. Come se chiedessi a te uno spettacolo o un solo personaggio preferito fra quelli scritti, diretti o interpretati. Impossibile scegliere, soprattutto perché ogni foto ha motivazioni e storie anche distantissime. Ce ne sono di preferiti, naturalmente, spesso anche per motivi molto diversi. Alcuni lo sono per i luoghi e l’emozione vissuta nel visitarli più che per il risultato fotografico, come i luoghi in California usati da Hitchcock per alcuni suoi film, la “scuola di Bodega bay” de “Gli uccelli” o le missioni spagnole di San Francisco de “la donna che visse due volte”, o il museo di Storia Naturale di Parigi come pure quello di Londra (la “casa” accademica di Darwin, uno dei miei miti assoluti). Altri per la straordinarietà delle situazioni, in alcuni casi non più ripetibili, come i Varani di Komodo sull’omonima isola indonesiana (dico non più ripetibili perché proprio di recente pare stiano pensando di chiuderla alle visite turistiche perché l’impatto dei visitatori sta diventando troppo pesante per un luogo e degli esseri assolutamente unici al mondo). Altri ancora per motivi storici, e penso alle due foto fatte a Mosca nel 1991, quando inconsapevole ma con perversa malattia da fotoreporter fotografai la sera del 25 dicembre, appena arrivato, la bandiera dell’URSS sul pennone del Cremlino, anche se Eltsin aveva annunciato che non l’avrebbe cambiata prima della notte di capodanno. Poi invece lo fece di nascosto qualche ora dopo, e la mattina successiva c’era già la bandiera della Russia. Non avessi fatto quello scatto, che tecnicamente era da non fare perché le condizioni di luce erano pessime, avrei perso per sempre l’occasione, così invece ho una delle ultime foto della bandiera dell’URSS sul Cremlino, e dopo pochi fotogrammi dello stesso rullino una delle prime della nuova bandiera, una cosa che mi emoziona sempre molto. Questo mi ha anche insegnato che ogni scatto ha il suo momento, e se si sente l’istinto non gli si deve resistere. La fotografia, per come la intendo io, è letteralmente una “istantanea”, e nessun altro istante sarà uguale a quello. Poi ci sono quelle che mettono insieme una serie di elementi e che per questo risultano uniche. Penso ad una foto scattata sul Gran Canyon all’inizio di una tempesta tropicale, naturalmente bagnandomi, che ha una luce e una profondità straordinarie, una scattata in Indonesia arrivati in cima ad un vulcano cogliendo un attimo di relax delle nostre guide locali con loro che si scambiano una sigaretta e lo straordinario paesaggio intorno, e naturalmente anche una foto che conosci bene, scattata a Baker Street nella casa-museo di Sherlock Holmes, che ha anche vinto un premio dedicato a “fotografia e letteratura”. Sono quelle foto nelle quali confluiscono quasi magicamente una serie di elementi, in questo caso il viaggio, la passione per Conan Doyle e la letteratura in genere, le particolari condizioni di luce, la confluenza di elementi reali e di fantasia. Ancora mi piace ricordare alcuni scatti fatti a dei bambini in un parco di Nizza, ad un mese esatto dall’attentato del Luglio 2016, a pochissima distanza dalla promenade des Anglais. Sono bambini di diverse nazionalità che giocano fra le fontane del parco, ed è evidente per me il significato di quelle immagini, così come una foto scattata davanti al Bataclan di Parigi addirittura a sole due settimane dal terribile massacro, alla pazzesca quantità di fiori deposti sul marciapiede e ad un ragazzo accovacciato con le cuffie lì accanto. Quella mi commuove ogni volta che la rivedo, chissà che storia aveva quel ragazzo fra tutte quelle che si erano intrecciate in quell’evento assurdo. Insomma non a caso parlo di quegli scatti che si portano dietro una storia, a volte non visibile nell’immagine, per non parlare delle foto agli animali, la mia prima passione mai sopita. Ci sono alcune foto di avvoltoi in Spagna o di camosci e stambecchi in alta montagna o altre ad uccelli ottenute dopo ore e ore di appostamento in un capanno che oltre alla bellezza dei soggetti e dell’ambiente si portano inevitabilmente dietro la pazienza e la fatica che c’è voluta per ottenerle. Ma ce ne sono molte altre, e per fortuna fino ad oggi nessuno mi ha chiesto di buttarle via tutte per tenerne solo una. Credo che sarei in enorme difficoltà e piuttosto che salvarne una sola a quel punto, se fossi davvero costretto, piuttosto le butterei tutte.

Quale soggetto ti piacerebbe un giorno vedere da vicino e farne un tuo “ritratto”?

A questo forse non ho davvero mai pensato, ma per la mia passione per la cosiddetta “caccia fotografica” non posso fare a meno di pensare a qualche animale. Non sono mai stato un fotografo di ritratti e forse non lo sarò mai. Nella seppur aleatoria distinzione fra “fotografo di posa” e “fotoreporter” sono decisamente nella seconda categoria. Devo “cercare” lo scatto andando in giro e non costruendomelo in studio (per me fotografare è prima di tutto “documentare” qualcosa: un luogo, un evento, un tempo). I “ritratti” agli animali quindi soddisfano questa esigenza, mettono insieme la passione per la fotografia e l’amore incondizionato per l’osservazione e l’avvicinamento degli animali nel loro ambiente naturale (uniscono anche una parte dei miei studi, avendo frequentato Scienze naturali ed essendo un vero cultore dell’etologia). Quindi sono tanti gli animali che ancora non ho visto né fotografato nel loro ambiente naturale (negli zoo e simili quasi tutti). Fin troppo ovvio dirti Leoni in africa o Tigri in india o Iguane alle Galapagos (tanto per tornare a Darwin) ma qui potrei sorprenderti e ti dico: Lontre in una baia scozzese. Non in una baia qualunque, ma in un posto chiamato Sandaig bay. Anche qui, e non è un caso, c’è dietro una storia e una precisa “contaminazione” letteraria. È un luogo raccontato da uno scrittore inglese, Gavin Maxwell, in un magnifico libro che lessi la prima volta da ragazzo, “L’anello di acque lucenti”. Racconta il suo rapporto con quel luogo, dove aveva una casa, e con delle lontre da lui allevate e poi via via lasciate scorrazzare in quelle brughiere e in quelle acque. Mi risulta che ancora oggi (la storia è degli anni sessanta) in quei luoghi vivano i discendenti di quelle lontre che io fin da ragazzo conosco e ricordo per nome (Mijbil, Edal). Ogni tanto quando dico che il mio animale preferito è la lontra molti mi guardano stupiti. Lo capisco, ma il motivo risiede in quel libro e in quella storia, una di quelle storie che ti incrociano da ragazzo, al momento giusto, e poi non ti lasciano più per il resto della vita. Ecco, andare lì e riuscire a vedere da vicino e a fotografare una di quelle lontre penso sarebbe un’emozione straordinaria. Poi magari le foto verrebbero scarse, ma non avrebbe alcuna importanza.

Una domanda tecnica: pensi che una fotografia “analogica” e una “digitale” abbiano un potenziale diverso in fatto di resa, di contenuti?

Di contenuti direi di no. Anche fra le foto che ho nominato finora ce ne sono sia di analogiche che di digitali. I contenuti li fanno l’inquadratura, la composizione, la scelta del punto di vista, la luce e la situazione ritratta. In termini di resa invece penso di si. Non saprei dire se con maggiore o minore qualità, spesso è questione di gusti. Alcune foto analogiche hanno una profondità e una “pastosità” nei toni (non so dirlo meglio) che uno scatto digitale non ha, e allo stesso tempo molti scatti digitali hanno una nitidezza e una possibilità di regolare la luminosità degli elementi che uno scatto analogico difficilmente riuscirebbe a riprodurre. Dove certamente la fotografia digitale ha inciso fortemente è sui tempi di sviluppo e produzione di una immagine. Ho la fortuna di avere iniziato con l’analogico e di avere anche sviluppato e stampato in casa non solo in bianco e nero ma anche diapositive a colori (credo non siano tantissimi i dilettanti che possono raccontare di averlo fatto), quindi so che quello che fanno oggi i software di post-produzione non è niente di diverso da quello che un bravo fotografo poteva fare in camera oscura, sia in fase di sviluppo del rullino che in fase successiva di stampa (escludendo naturalmente fotomontaggi e manipolazioni spinte, pur essendo anche quelle già realizzabili in camera oscura). Quello che naturalmente cambia è la possibilità di farlo velocemente, con un numero di prove e di variazioni potenzialmente infinite vedendo i risultati in tempo reale, agire su parti specifiche di una foto con pochi click dove un tempo si sarebbe dovuto operare con mascherine, doppie esposizioni, tempi differenziati di stampa e così via. Per non parlare dei costi. Questo ha consentito davvero di moltiplicare gli scatti e non solo aumentare le possibilità di averne qualcuno “buono”, ma anche di “recuperare” alcuni scatti non perfetti. La controindicazione è che siamo inondati di immagini spesso di scarso valore, ma resto dell’idea che quando poi ci troviamo di fronte ad una fotografia che vale più delle altre ce ne accorgiamo subito. La differenza continua a vedersi, e questo credo dipenda da quanto dicevo all’inizio, quello che rende davvero una fotografia degna di attenzione sono i contenuti, l’inquadratura, la composizione, quello che racconta e come lo racconta, non la perfezione tecnica.

Che significa per te fotografare uno spettacolo teatrale?

Questa è una domanda alla quale posso rispondere grazie a voi, perché raramente prima di incrociare Carpe diem avevo avuto modo di fotografare spettacoli teatrali. Mi era accaduto un paio di volte ma l’avevo fatto più come sperimentazione che con reale convinzione. Anzitutto c’è una questione tecnica: a teatro le condizioni di luce sono spesso difficili, quindi c’è da impostare gli scatti con dei parametri diciamo così “dedicati”. Dato che anche a teatro il mio approccio continua ad essere quello del reporter, quando sto scattando devo mettermi in condizione di non dover pensare agli altri problemi. Preventivamente quindi preparo la macchina con la sensibilità (i famosi ISO o ASA), e una modalità di scatto (tempi abbastanza veloci per evitare i mossi) che ritengo adeguata alla situazione. Tu sei sempre giustamente impegnata prima di uno spettacolo e non mi vedi, ma io passo del tempo a fare prove scattando sul sipario, sugli oggetti di scena già presenti, verso i fari, lontano dai fari, etc etc… finché non decido che le impostazioni sono adeguate (si tratta sempre di scegliere un punto “medio”) all’esigenza di non doverci più tornare su durante lo svolgimento dello spettacolo. Per questo aspetto naturalmente la possibilità offerta dalla fotografia digitale di vedere subito il risultato di uno scatto e correggere di conseguenza le impostazioni è assolutamente fondamentale. A quel punto mi comporto, forse fa un po’ strano dirlo, un po’ come quando ritraggo gli uccelli nascosto in un capanno. Seguo i personaggi, i loro movimenti, le loro espressioni, e cerco di fissare i momenti che più mi colpiscono. È un lavoro affascinante, e diventa quasi un altro modo di vivere lo spettacolo. Mi permette di avvicinarmi (con lo zoom) e vedere cose che magari altri spettatori non vedono, sicuramente non allo stesso modo, oppure di riallargare il quadro e prendere un totale mentre l’azione è concentrata in un punto specifico. Insomma quasi facendo una seconda regia cinematografica sovrapposta a quella del regista dello spettacolo. Naturalmente in questo modo, rispetto ad uno spettatore “semplice”, perdo delle cose, ma ne colgo altre che invece ad altri sfuggono. Questo è molto interessante, e a me personalmente intriga tantissimo. Come detto non sono un fotografo di ritratti, ne faccio ma sicuramente non sono la mia specialità. Nei vostri spettacoli però ho il vantaggio di avere la parte di lavoro che non so fare già fatta egregiamente da voi. La regia, gli attori, le loro espressioni, le loro pose, i costumi, le luci sono già il frutto di un lungo lavoro di studio, di preparazione e di infinite prove e aggiustamenti da parte della compagnia, io mi trovo un bel pezzo del lavoro già fatto, e posso dedicarmi a cogliere gli istanti che più mi ispirano, cercando di inquadrarli e di comporli nel modo più efficace.

C’è una o più foto che ami particolarmente fra quelle scattate durante uno degli spettacoli di Carpe diem?

Si ce ne sono alcune, e anche qui molta influenza ce l’hanno le “storie” che ci sono dietro, e che hanno portato a quelle foto. Ad esempio alcune di quelle di “Finding Anne Frank”. In quel caso avevo visto lo spettacolo una prima volta da spettatore “semplice”, e questo mi ha permesso, rispetto ad altre occasioni, di sapere già cosa aspettarmi e di poter “anticipare” alcune scene sapendo cosa mi sarei trovato a fotografare. Ciononostante l’emozione di alcuni momenti dello spettacolo non è minimamente diminuita, tanto che il momento dell’incontro fra Anne e l’attrice che deve impersonarla l’ho scattato con gli occhi lucidi. A questo proposito apro una parentesi per accennare ad una cosa che a me personalmente ha sempre affascinato: quando si scatta con una reflex, al momento dello scatto lo specchio che permette di vedere nel mirino ciò che vede l’obiettivo si alza per permettere alla luce di raggiungere la pellicola (o il sensore nel caso delle digitali). È il momento in cui la macchina fa “cla-clack”. In quel momento lo specchio chiude il mirino, perché la luce non deve più andare verso l’occhio del fotografo ma verso il piano pellicola. Insomma per una frazione di secondo, un millesimo, un cinquecentesimo o quel che è, il mirino si oscura. Quel che voglio dire è che l’immagine che verrà esattamente impressa è l’unica che l’occhio del fotografo al momento dello scatto non vede. Vede un istante prima e uno dopo, ma non quello che finirà nella foto. Questa cosa mi ha sempre fatto impazzire, immagino ci si potrebbe dissertare sopra a lungo. Tornando a “Finding Anne Frank”, trovo che alcuni scatti dei momenti fra Anne e la sorella Margot siano davvero efficaci e riescano a comunicare in una immagine il rapporto fra le due sorelle e la difficile situazione che stanno vivendo. Gran parte del merito naturalmente è delle due straordinarie attrici. Mi piace citare ancora alcune foto di “Alice”, in particolare lo “scontro finale” con la Regina di Cuori, perché trovo che trasmettano bene l’energia di tutti i protagonisti sul palco unita alla spettacolarità di costumi e colori, con la notevole presenza scenica “dominante” della Regina, e alcuni di “Peter Pan”, soprattutto l’emozionante morte e resurrezione di Trilly e il duello fra Peter e Uncino. Non posso non chiudere, naturalmente, con “Sherlock Holmes e il caso dell’ape tatuata”, dove mi avete perfino “restituito” le mie foto di Baker Street (e delle cascate Reichenbach) facendomele trovare come scenografia e fondali. Devo dire che fotografare addirittura “rifotografando” le mie foto diventate parte della scena è stata davvero una esperienza curiosa. Inutile dire che la mia passione infinita per l’epopea letteraria del famoso detective londinese non poteva restare indifferente davanti a uno spettacolo così accuratamente costruito e messo in scena, e fotografarlo è stato un vero piacere. I tantissimi personaggi creavano continuamente confronti ogni volta diversi e con tutte le combinazioni possibili, ed ogni confronto era una immagine completamente nuova da fotografare. Talmente impegnativo da essere quasi faticoso, ma fatica piacevolissima. Di sicuro alcuni scatti in “piano americano” del protagonista alla sua scrivania hanno reso molto bene la natura del personaggio e anche alcune sue sfumature, anche qui soprattutto grazie all’espressività dell’attore, e anche un paio di scatti dedicati agli “irregolari di Baker Street” mi piacciono molto, anche perché le luci e le immagini del fondale hanno reso la scena particolarmente suggestiva.
Temo che potrei continuare a parlare di fotografia (e non solo di quella) per chissà quanto ancora, quindi meglio che mi fermi qui per non tediare troppo i lettori. Per fortuna hai avuto l’accortezza di farmi soltanto sei domande.

Luana ha già pubblicato questa intervista qui.

Un pensiero riguardo “Intervista sulla fotografia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...